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Viewed 8154 times | Published on 2012-08-17 09:30:00



Dal 2014-12-01, è disponibile sia su Slideshare (versione gratuita in sola lettura) sia su Amazon (a pagamento) il primo libro della serie #DirittoDiVoto, dal titolo "Strumenti per la comunicazione e promozione di idee - #DirittoDiVoto - 01"

Originariamente pubblicato in italiano ed inglese (the 2012 English version, not just a mere translation, of the previously published article in Italian is currently offline)


3.1. Introduzione

Anche se qualunque strumento possiede delle caratteristiche intrinseche, è il suo inserimento in uno specifico contesto che lo rende utile o inutile.

Potrebbe sembrare una ovvietà, anche se forse tale non è, visto che ho avuto modo di osservare come spesso l'utilizzo di un particolare "canale" di comunicazione sia legato più alla sua disponibilità o attrattività per chi lo propone, che ad una reale necessità.

Si parla tanto di politica, far politica, entrare in politica, dare spazio alle nuovi generazioni in politica- ma si parla poco del "far politica" come metodo, dando spesso per scontato che tutti condividano lo stesso modello.

Il titolo di questo breve capitolo, "meta-politica", implica due possibili interpretazioni: "oltre la politica" (seguendo "metafisica"), o, come prassi post-Internet, "la politica della politica" (come in "metadati"- dati sui dati).

A dire il vero, si parla di "meta-politica" solo quando si discute dell'integrazione degli immigrati, richiedendo la sottoscrizione formale delle "regole comuni"- peccato che le dittature del XX secolo in Europa siano nate da e con il consenso di Europei.

La politica spesso viene intesa come l'area della società in cui le scelte sono legate ad interessi di parte: una definizione parziale, e viziata da una visione legata alle origini della democrazia rappresentativa.

Due esempi di "meta-politica"? Oggi, abbassare i toni ed imparare ad individuare la posizione della controparte prima di criticarla; in futuro, la sostenibilità a lungo termine delle scelte politiche.

In entrambi i casi, si tratta non di essere "pro" o "contro" una specifica posizione, quanto piuttosto considerare che le proprie scelte politiche, e non solo in democrazia, devono essere sostenibili (come dimostrato recentemente in Birmania, i carri armati non conferiscono sostenibilità politica a lungo termine).

E' vero che alcuni tribuni possono parlare per ore quando 30 secondi basterebbero ad esprimere la loro posizione: come un gas, la loro retorica si espande sino ad occupare tutto lo spazio disponibile.

Ma rientra nella meta-politica anche la scelta dei tempi e modi della comunicazione, nel rispetto dell'avversario e del pubblico (non credo che regole per la par condicio possano sostituire una presa di coscienza del proprio ruolo istituzionale).

Il sistema rappresentativo è nella prassi spesso elitario: o chi viene eletto si (auto)definisce "migliore", o, quando si pone l'accento sulla "rappresentatività", si chiede poi agli eletti di adeguarsi alle scelte di partito- ovvero, di nuovo, si assume che pochi possano pensare per tutti gli eletti (per non parlare di quello che si pensa degli elettori).

E' sotto gli occhi di tutti come la ritualizzazione della democrazia rappresentativa porti ad avere una minoranza (per quanto vasta) che elegge una minoranza, ma come mostrato in Grecia ed altrove, i vecchi schemi di controllo sociale sono stati superati dalla possibilità per i cittadini di accedere ad informazioni non mediate- la "maggioranza silenziosa" si nota quando inizia a comunicare, e disconosce la rappresentatività della minoranza eletta da una minoranza.

In realtà, non conta quanti siano presenti su Internet, ma quanto questi siano in grado di svolgere il ruolo di "canali di comunicazione" verso altri.

Come discusso nei capitoli precedenti, in realtà molte delle nostre categorie e prassi nella comunicazione politica sono ancorate in un passato che non esiste più, quando i canali di comunicazione erano di fatto monopolizzati da pochi (neanche il Partito Comunista Italiano era esente da atteggiamenti elitari da parte dei suoi dirigenti- vedi il "centralismo democratico"), e comunque i tempi della comunicazione erano dilatati, rispetto ad oggi (non dimenticate il ruolo dirompente del GSM in Italia).


3.2. Dal bar a Facebook

Mentre in passato la "politica da bar" era essenzialmente per strati sociali omogenei, gli strumenti di comunicazione moderni consentono una comunicazione trasversale, che permette una maggiore diffusione di (dis)informazione, rimuovendo il costo di accesso alle competenze.

Ovvero: nel tuo giro di "amici", quasi sicuramente troverai qualcuno esperto sull'argomento di cui si tratta- disponibile a condividere la sua competenza gratuitamente.

Una vecchia vignetta diceva: su Internet, nessuno sa se sei una persona o un cane: ed il rischio è che, venendo meno la credibilità della comunicazione mediata (i canali professionali, dai giornalisti ai politici) in affannosa rincorsa ai social network (p.es. Huffington Post), il consenso si formi intorno ad informazioni volutamente distorte, diffuse da sedicenti esperti riconosciuti tali a furor di popolo, non in base a scelte ragionate.

Anzi- mentre tutti parlano di Internet mettendo l'accento sulla sua immediatezza, io vorrei andare parzialmente controcorrente.

E' vero che i tempi sono accelerati- ma un "sedicente esperto" può tranquillamente costruirsi un'immagine da esperto online riciclando quanto "cattura" non solo su libri, ma anche su blog: tanto, è tutto "in differita".

Ed in più occasioni ho visto articoli divertenti o partecipato a discussioni in cui era palese che l'"esperto" stava riciclando esperienze di terzi, senza neanche citare le sue fonti (bastan poche domande per "smontarli").

Come potete leggere sul mio blog1 o sui miei profili su social network, ma anche nei miei documenti di lavoro pubblicati, io non ho alcun problema a riportare la fonte delle informazioni che non derivano da mie esperienze dirette, ovvero "dar a Cesare ciò che è di Cesare", riconoscendo il merito ed i canali tramite i quali ho avuto accesso all'informazione.

E' un esempio di "meta-politica": l'obiettivo non è "posizionarsi", ma "stabilire regole del gioco e poi seguirle, invitando altri ad unirsi".

Ma sarebbe un discorso lungo: suggerisco di leggere due libri che ho trovato in biblioteche pubbliche: "La governance tra politica e diritto"2 e "Il Piano Marshall e l'Italia"3, entrambi testi estremamente leggibili ma non per questo superficiali, utili come introduzione alla riflessione, qualunque sia la vostra posizione politica, sulla relazione tra comunicazione, realtà economica, politica, e consenso.

Negli ultimi anni sono stato attivamente impegnato a "saccheggiare" biblioteche (vale a dire leggere in un mese quello che in Italia in media si legge in un lasso di tempo decisamente più lungo), principalmente per aggiornamento professionale ma, occupandomi da lungo tempo di gestione del cambiamento, "politica/costruzione del consenso e comunicazione del cambiamento" sono strumenti di base- quindi, anche politica e strategie di altro tipo sono stati parte integrante delle mie attività di aggiornamento sin dagli Anni Ottanta.

Prima che vi venga il dubbio: no, non sono laureato, anche se ho studiato due anni d'estate International Political Economy alla London School of Economics, venendo ammesso senza test di inglese o titoli grazie al mio curriculum e a mio rischio e pericolo (era la dizione nella lettera di ammissione), ottenendo però risultati decenti (A- sia nel 1994 che nel 1995).

La formazione permanente è sempre stata elemento indispensabile nella mia attività, ma la ritengo comunque utile in qualunque altra attività intellettuale e non; ovviamente, contenuti, forma, metodi di fruizione ed erogazione vanno legati alle specifiche necessità (p.es. storicamente leggo più periodici su vari argomenti, per "fertilizzare" idee non convenzionali).

Studiare la prospettiva corrente/recente in Italia è utile elemento di analisi comparativa rispetto alla mie esperienze da fine Anni Novanta, esperienze maturate prevalentemente all'estero.

Ritengo che trasferirsi in un paese implichi quantomeno cercare di capirne cultura e sistema politico/legale- altrimenti, ci si prepara ad esser cittadini a metà.

Nei prossimi due capitoli discuterò di canali di comunicazione e negoziati, ma questo articolo è una pausa di riflessione, per consentirvi di riconsiderare non tanto cosa volete comunicare, quanto appurare a che livello il vostro modello di riferimento "meta-politico" sia condiviso dagli altri attori della comunicazione con cui dovrete interagire.

Il mio punto di partenza credo sia chiaro: mentre io ovviamente (cfr. nei capitoli precedenti l'esempio del giunco) ritengo che si vada ad un tavolo negoziale senza preconcetti, ma con dei punti di riferimento, diciamo che molti sono più "fluidi", soprattutto in politica ed attività assimilate, e soprattutto in Italia (se non sbaglio, abbiamo il record in Europa il record di deputati "cambia casacca", soprattutto se si guarda ai "recidivi").

Di conseguenza, è naturale che in questo libro in generale io condivida un mio modello di comunicazione fortemente ancorato ad un concetto di democrazia il cui punto più alto non sia l'omogeneità, ma la capacità di concordare di esser in disaccordo ("agree to disagree"), d credo che sia altrettanto ovvio quanto io sia distante dal "modello-pastone-partito unico".

Pur rendendo esplicito tale modello di riferimento, l'obiettivo di queste pagine è condividere anche metodi di lavoro che devono poi esser adeguati ai vostri obiettivi.

In ogni caso, "definire la meta-politica" spesso è frainteso con "definire i vincoli che si chiede ad altri di accettare"- che è l'antitesi della democrazia.

Come venne ripetuto da più parti al Presidente Bush nei vari interventi negoziali in Medio Oriente, si può scegliere chi ci rappresenta, ma in un negoziato è la controparte che deve scegliere chi la rappresenta: puoi scegliere gli amici con cui parlare, ma non i nemici con cui negoziare.

Lo stesso vale nel definire i contorni della "meta-politica", soprattuto in una fase in cui in Italia, ormai da un decennio, è prassi considerare la Costituzione e le relative riforme quasi come interventi di legislazione ordinaria, come se cambiare le regole del gioco fosse concesso alla squadra che, a turno, guida il campionato di calcio- e magari pure durante lo stesso campionato!

Che siate in partiti o meno, non fa differenza- basta leggere i giornali, per osservare come la "politica", intesa come rappresentanza di corporazioni/associazioni/interessi di parte, non solo come partiti, sia in Italia rimasto uno dei lasciti più duraturi del fascismo, purtroppo non ancora risolto dalla Costituzione (che, peraltro, resta in parte inapplicata).


3.3. Cui prodest

Spero che prima o poi noi italiani si smetta di salire in cattedra quando si parla di "comprare i voti", oppure "potere del lobbying"- anche perché, di fronte alla crisi dei partiti tradizionali, oggi la dialettica interna in ciascuno schieramento politico spesso assume toni da lobbying senza lobbisti.

Almeno, in un sistema basato sul lobbying dichiarato e documentato, esiste la possibilità che la posizione cambi.

Leggete la storia dei Governi italiani dalla Costituente in avanti: non abbiamo mai avuto partiti realmente monolitici come tutti ora sembrano ricordare.

Ma, di nuovo, meglio affidarvi ad un'analisi che, seppur non necessariamente concordante con quanto ho appena scritto, è più dettagliata "L'apparenza e l'appartenenza" (del 2004, ma sempre utile come spunto di riflessione).

Provate a considerare il "fare politica" come se fosse un alveare: ditemi quello che volete, ma se non si è d'accordo sulla struttura della "casa comune", difficilmente dal polline si passa al miele.

Non è complesso- è questione di individuare poche priorità, ed io ai tre libri citati aggiungerei anche "democracy at work" e "a theory of justice", entrambi focalizzati sul significato della democrazia ed il rapporto tra interessi di gruppo ed individuali.

Newman "L' apparenza e l'appartenenza: teorie del marketing politico" https://www.librarything.com/work/12177455/book/82039139

Schuller "Democracy at Work" https://www.librarything.com/work/11932995/book/82773977

Rawls "A Theory of Justice: Original Edition" https://www.librarything.com/work/1872/book/79701181


3.4. Criticità di sistema

Landini (FIOM) fece anni fa una dichiarazione interessante (che in gran parte condivido): la scarsa attrattività dell'Italia per gli investori stranieri è legata non tanto alla flessibilità del mercato del lavoro, quanto alla corruzione, unita ad una eccessiva burocratizzazione (in effetti, le due di solito sono lo Yin e Yang - complementari ed inscindibili).

Aggiungerei: ed un'ossidazione degli ingranaggi della macchina burocratica, con tempi decisionali biblici e scarsamente trasparenti (cosa che, ovviamente, oltre alla proliferazione legislativa, agevola la corruzione).

In quest'ottica, meno interessante è stata una sua recente risposta durante un'intervista in cui, alla domanda su un suo futuro politico quale guida di una formazione politica di sinistra che accogliesse sia SEL che componenti scissioniste del PD, risposte che non era interessato, perché sarebbe una posizione minoritaria.

La domanda del giornalista era tendenziosa, ma la risposta era la conferma che l'ingessatura del sistema italiano è anche legata ai troppi "salti dal trampolino", non solo dei sindacalisti (nel caso specifico: future primarie per il posto di segretario del PD?).

Come scrivo da anni online e ripetevo spesso in passato ai miei colleghi stranieri con cui collaboravo per sviluppare le loro attività in Italia, ci sono troppe persone che finiscono non per fare ciò per cui son pagati, ma utilizzano il ruolo esistente per supportare la loro personale campagna promozionale.

Ora, non ho niente in contrario a che i nostri politici, visto che sono professionisti (l'illusione del "prestito dalla società civile" per me si era spenta ben prima che Berlusconi "scendesse in politica"), pensino alla propria carriera- ma non a detrimento della posizione che occupano.

Elemento accessorio di questa abitudine è la tendenza a micro-legiferare, ovvero introdurre variazioni normative che generano utili strapuntini e spazi per nuove posizioni da elargire come "premi di lealtà".

Personalmente, sia nel settore privato che pubblico, penso che ripensare i processi di autorizzazione rendendo operativo il concetto di "sportello unico" (punto decisionale unico) sia comunque meglio che abolire del tutto autorizzazioni che non necessariamente erano campate per aria.

Incidentalmente: sia questa parte dell'articolo originale pubblicato su DirittoDiVoto.com, sia questa critica all'eccessiva "semplificazione normativa" erano già nell'articolo originale, ben prima del recente "Sblocca Italia".

Che non sia una questione di sola "rigidità del mercato del lavoro" o "produttività" è dimostrato da altri esempi.

Anni fa, quando la sterlina e l'Euro avevano oscillazioni reciproche in alcuni casi anche del 70%, un'azienda giapponese decise di trasferirsi in Francia- dalla patria del liberalismo e della flessibilità, a quella del dirigismo e del sussidio di disoccupazione che supera molti stipendi italiani.

Motivo: nel Regno Unito, l'azienda produceva/assemblava, ma il mercato principale era la zona Euro, e, come dissero allora, nessun imprenditore è in grado di gestire una struttura che di fatto assembla componenti e lavora per l'export, ma con oscillazioni del 40% su base mensile- e questo ignorando i perenni problemi infrastrutturali lasciati in eredità dagli Anni Ottanta.

Ho visitato Londra nel periodo in cui stavano iniziando i tagli dell'era Thatcher, e vissuto lì anni dopo, quando iniziavano a venire al pettine i nodi dovuti alla mancanza di investimenti nelle infrastrutture, o alle semplificazioni eccessive (il ciclo "boom-bust" in Italia è quello normativo).

Vale la pena accennarne qui, visto che in Italia ci si sta orientando in quella direzione: che senso ha privatizzare la gestione di una infrastruttura come quella ferroviaria, e poi chiedere ai nuovi gestori di effettuare investimenti con un ritorno atteso nell'arco di un paio di decenni, ma concedendo contratti di gestione di durata nettamente inferiore?

Oppure: guardate i flussi degli investimenti- vi sembra che Francia e Germania possano esser considerati paesi a bassa tassazione ed alta flessibilità nel mercato del lavoro? Eppure, attraggono investimenti.

La comunicazione politica non mediata è un dato di fatto (p.es. Facebook): ma ciò rende ancor più critico fornire ad ogni cittadino le competenze minime per essere parte attiva nel dialogo.

Non esiste solo la scuola formale- l'Italia ha ancora un servizio radio-televisivo pubblico, in grado di creare contenitori culturali/educativi attraenti, invece di "ghetti televisivi" che piacciono tanto agli intellettuali ma non guarda quasi nessuno, dando "panem et circenses populista" agli altri.


3.5. Meta-politica e conoscenza

In generale, passare dalla politica delegata alla meta-politica implica accettare che non è più possibile considerare che il sistema politico sia ingessato intorno ad un "non disturbare il manovratore (eletto)", in cui i cittadini sono invitati ad un rituale periodico, e poi invitati caldamente a farsi da parte.

Nel settore privato, vi sono molti metodi per influenzare la gestione operativa delle aziende- chiedete alle società di beni di consumo che hanno ignorato la reazione dei propri clienti, cosa è cambiato prima e dopo l'avvento dei social network.

Tutto ciò per dire: non è vero che per far politica bisogna esser politici.

L'idea dell'assenza del vincolo di mandato (prevista nella Costituzione) continua a vedermi scettico, visti i risultati in Italia; politica economica potrà anche esser un ossimoro per alcuni, ma è, in fondo, più un problema di identificazione e scelta degli impatti, positivi e negativi (parlare sempre e solo di benefici è oppio populista)- ed il continuo altalenare dei nostri rappresentanti eletti implica che si passi più tempo a far dietrologia che a pensare a produrre leggi applicabili.

Se la nostra democrazia è rappresentativa, forse dovrebbe esser maggior di interesse "sistemico" aumentare il livello di competenza di chi sceglie i rappresentanti, soprattutto adesso che è diventato possibile avere canali di informazione esterni al sistema "controllato" dei media ufficiali.

Anche per evitare che, "passata la festa, gabbato lo santo", dopo le elezioni, inizi il fuoco dei franchi tiratori dialettici non solo tra "colleghi eletti", ma anche da parte degli elettori, creando un clima insostenibile.

L'educazione del popolo passa comunque anche dagli atti legislativi.

Stupirsi che poi dall'estero ci sia poca voglia di investire in Italia è un fulgido esempio di lacrime di coccodrillo: chi può investire se è impossibile pianificare, visto che le regole cambiano continuamente in corsa?

E come ci si può attendere che i cittadini-elettori possano esser sentirsi più responsabili di chi, una volta eletto, fa quadrare i conti con una prassi amministrativa a dir poco schizofrenica: la mano destra non sa cosa fa la sinistra (p.es. non retroattività delle normative, fiscali e non).


3.6. Meta-politica e controlli

Ciò porta forse anche a ripensare il sistema dei pesi e contrappesi, inclusi i controlli, legando, come nel settore privato (visto che nell'ansia di liberalizzazione si imita di tutto, che si imiti anche qualcosa di utile), il luogo ed i ruoli all'impatto, p.es. individuando quale sede naturale di riporto gerarchico per controlli che trascendono il ciclo elettorale non il Governo, ma la Presidenza della Repubblica (ovviamente: in primis, la "polizia politica"/preventiva ed ad alcune funzioni della "polizia fiscale").

D'altro canto, tale ruolo di garanzia rispetto ai "cittadini-proprietari" che trascende il ciclo elettorale non viene già di fatto previsto nella Costituzione rispetto alla Magistratura?

Assumendo ovviamente che il Presidente resti eletto dal Parlamento.

In una repubblica presidenziale, probabilmente invece tale ruolo di garanzia dovrebbe risiedere nel Parlamento, per evitare che il controllore controlli se stesso (altra lezione dal settore privato)- per quanto sia difficile avere un comitato come responsabile di attività operative (è un problema nel settore privato, e nel settore pubblico non è che sinora si sia dato un fulgido esempio di tempestiva capacità di controllo su attività operative).

In fondo, creare una funzione di "internal audit" dello Stato, che trascenda dagli aspetti meramente contabili e/o repressivi legati a fatti contingenti, potrebbe essere una evoluzione verso una maggiore trasparenza.

Ovviamente, altra lezione dal settore privato: l'internal audit deve avere un "muro" per evitare fughe di notizie, conflitti di interesse, e qualunque sospetto che potrebbe metterne in dubbio il ruolo.

Se volete- da aggiungere alla Corte dei Conti, magistratura contabile a garanzia della buona allocazione delle risorse pubbliche, ma legata agli atti formali, anche una trasparenza/verifica negli altri processi decisionali.

Trasparenza: perché la non-trasparenza è lesiva del processo di responsabilizzazione e partecipazione dei cittadini alla gestione dello Stato, soprattutto ora che i canali di comunicazione (e mutua influenza tra i cittadini) sono sempre più non mediati.

In assenza di informazioni credibili, le voci, i dubbi vengono ampliati e diffusi, quando non anche cavalcati da populisti che alimentano la propria visibilità facendo leva su atavici pregiudizi, paure collettive, e pura disinformazione.

Qualcuno potrebbe dire: ma costa, è necessario riqualificare il personale- con la solita litania "se si vuole cambiare, bisogna pagare, non ci sono soldi, quindi non si fa niente".

Rispondo: talvolta, basta rimodulare la spesa, ed usare le competenze esistenti; a titolo di esempio: tempo addietro, ho letto in biblioteca una tesi di laurea su e-government ed e-governance (mi sono interessato ad entrambi i temi in passato, scrivendo anche articoli online dal 2003, dopo aver letto per anni documenti emessi da fine Anni Novanta dall'OECD e dall'UE, oltre ad aver lavorato sull'argomento per clienti), tesi che, strutturalmente e come contenuto, era nettamente superiore a diversi libri che trattano lo stesso argomento.

L'autore? un laureando- ufficiale (non so se della Guardia di Finanza o altro).

Si tratta forse di dedicare un poco delle risorse spese in continuazione per far studi di settore che danno risultati spesso lontani dalla realtà che qualunque cittadino-consumatore può osservare, trasferendole ad un'attività forse più produttiva, ma certamente propedeutica a qualunque cambiamento: rilevare le competenze esistenti all'interno della Pubblica Amministrazione.

In Italia, si spende tanto in infrastrutture non sostenibili (come quel paese di poche anime che, a detta del sindaco, ha 400km di strade da gestire!), ma poi ci si dimentica di dare le risorse per aver personale adeguato ai compiti.

Per non parlar della cronica mancanza di fondi per la gestione ordinaria: spesso si fa tutto in "straordinaria", a costi nettamente superiori e con controlli ridotti all'osso, disincentivando anche la buona amministrazione ordinaria (un caso di applicazione della "Legge di Gresham").

In sintesi, cosa è la "meta-politica"? Visto che in Italia le metafore calcistiche sono il pane quotidiano: se si vuole giocare una partita, bisogna prima di tutto condividere le regole, e, forse, ricordarsi per quale squadra si gioca, oltre ad avere arbitri che non dipendono nè dai giocatori, nè dalle squadre, e sono solo garanti delle regole.