Se eravate al centro conferenze dell’Unione Industriale martedì 2 febbraio, sapete da chi viene la citazione.

Ma non è importante sapere chi ha detto (giustamente) quella frase, prima di passare alla difesa di bandiera di routine.

Ciò che importa è il “convitato di pietra” che sino a pochi minuti prima la celebrazione del decennale delle Olimpiadi Invernali 2006 aveva completamente ignorato.

Come riassumerlo? Con la risposta del Governatore Chiamparino alla domanda sul debito, contenuta tra la prima cifra che ha citato, 400 milioni, e, dopo un paio di piroette semantiche, la cifra finale di 2.8 miliardi- cifra che copre non solo i costi delle Olimpiadi, ma altri investimenti- dalla metropolitana, al riassetto urbanistico, ecc.

Certamente si è creato spazio per l’espansione della popolazione- ma per il momento il “convitato di pietra” è quello con cui dovrà aver a che fare chiunque sarà eletto, o eletta (e quindi citare il “Don Giovanni” è parzialmente scorretto).

Il punto non è solo il debito, ma anche la sua sostenibilità con il nuovo modello di sviluppo adottato.

Per fortuna, dopo l’ubriacatura mediatica sul “polo del food”, si sta gradualmente tornando a sfruttare il serbatoio di conoscenze ed esperienze manifatturiere presenti sul territorio: non solo food, ma anche posti di lavoro con redditi più elevati ed investimenti a lungo termine nello sviluppo e mantenimento del capitale intellettuale.

L’unicità della situazione di Torino è che, quella sera, i tre sindaci rappresentanti la fase prima, durante, e dopo le Olimpiadi erano  nei fatti dello stesso partito- 25 anni di continuità.

Continuità che è rappresentata, nel sistema italiano, anche dal personale presente negli Enti Locali (non solo il Comune di Torino, dato che in pratica Torino ha assorbito la Provincia di Torino).

Uno dei vantaggi di tale continuità sia di indirizzo sia operativa è che permette di avere a disposizione un elemento fondamentale per qualunque tentativo di ridurre il debito mentre si costruisce, al tempo stesso, una nuova direzione per la Città Metropolitana.

Tutti gli italiani si lamentano della burocrazia: anzi, a sentire i miei fornitori, tutti si lamentano della burocrazia degli altri- ma riprendendo la residenza a Torino non ho avuto sinora un solo fornitore la cui burocrazia abbia funzionato senza intoppi (e non sono fornitori solo a Torino).

L’”elemento fondamentale” a cui mi riferivo potrebbe esser chiamato “memora istituzionale”, ovvero ciò che rende possibile comprendere come e dove, al di là delle regole scritte, intervenire per introdurre cambiamenti.

Le regole scritte? In Italia, troppo spesso sono rese talmente contorte da successivi “aggiustamenti” da trasformarle in un nodo gordiano- più facile da risolvere à la Alessandro Magno (un taglio netto), che creando l’ennesima Commissione per le Riforme.

Ci sono stati vari tentativi di creare norme che assorbivano le precedenti, o norme completamente nuove, come se si creasse un budget partendo da zero e mettendo solo quello che serve.

Cosa che, incidentalmente, dalla prima volta che ho ho avuto a che fare con un budget (anni Ottanta), non ho mai visto funzionare se non per nuove aziende create completamente da zero: esiste sempre un pregresso, e per la Città di Torino il lascito delle amministrazioni precedenti ha un peso rilevante.

Peccato che il legislatore non sia di solito in possesso delle informazioni necessarie per rimuovere l’inutile, mantenere il necessario, e rafforzare l’utile.

Senza scender nei dettagli, basta guardare al numero di pagine dei decreti di fine anno dal 2012- sia quelle del decreto originale, sia della legge di conversione.

Un punto debole dei 25 anni di continuità? Se la “memoria istituzionale” è concentrata in poche persone (diciamo, una dozzina su alcune migliaia), è utile per il cambiamento.

Ma quando è diffusa, il rischio (come hanno sperimentato a Roma diversi Ministri) è che renda la naturale resistenza al cambiamento ostacolo insormontabile, dato che la collaborazione necessaria include anche quella di chi otterrebbe danni e non benefici dal cambiamento.

In ogni caso, chiunque sia eletto si troverà a dover negoziare con la “memoria istituzionale diffusa”.

Da questo punto di vista, diventa meno critico chi sia il Sindaco- anche se l’aspettativa è che un Sindaco non legato ai precedenti 25 anni abbia più libertà di manovra, è più un’illusione che una realtà, come dimostrato per esempio anche a Parma, ove il “convitato di pietra” (debito) era di dimensioni minori.

Ciò che conta, è cosa vuole fare- il come, in gran parte, è già soggetto a vincoli prima ancora di esser dichiarato.

Invece che i soliti dibattiti tra i due contendenti principali, che piacciono tanto ai commentatori ma sono francamente inutili, sarebbe interessante nei prossimi mesi vedere un dialogo sul “cosa” che chieda a ciascuno dei candidati di presentare le proprie proposte, e separatamente di replicare alle proposte altrui.

In modo da arrivare alle elezioni con programmi fattibili, invece che promesse, ed evitare di perder i primi mesi dopo le elezioni a spiegare perchè le promesse non sono diventate fatti.

Esisterà sempre un elemento di incertezza (il mondo non ruota intorno a Torino, anche se talvolta qui non sembra), ma almeno si tratterà di incertezze dovute ad elementi esterni, non a superficialità da campagna elettorale.

E, chissà, anche gli elettori potranno capire di più per cosa stanno votando, esser coinvolti, e restar coinvolti anche dopo le elezioni.

Create una “Smart city” non è solo questione di Wi-Fi, sensori, telecamere: implica anche coinvolgere il territorio per adeguare le soluzioni alle necessità in modo continuo.