Primo lunedì del 2016, si scaldano i motori delle macchine elettorali a Torino (e nel resto d'Italia).

Come indicato nel precedente articolo, per ora gli articoli sono solo su Torino.

A dire il vero, qui il centro-destra sembra sempre alla ricerca delle "convergenze parallele" del secolo scorso.

Ma se Atene piange, Sparta non ride- tra i due (poli) litiganti e frammentati al proprio interno, il terzo potrebbe trarne vantaggio.

Ovvero: se leggete le pagine locali de "La Stampa" e "La Repubblica" alcuni punti sono in comune, ma "La Repubblica" dedica la prima, seconda e terza pagina della cronaca ad una analisi che è interessante più per come è costruita che per quello che contiene.

Vi sarà chi dirà che fornisco una lettura distorta di quanto riportato nell'articolo, ma la chiusura dell'articolo è probabilmente il punto più aperto e diretto: "La rottura di Sel, con la candidatura di Airaudo, può pertanto rappresentare il vero tallone d'Achille per Piero Fassino. Quel 5-6 per cento che l'ex-sindacalista Fiom può incassare e che non varia di molto rispetto all'appeal del suo partito, rischia davvero di fare la differenza e portare il sindaco uscente al ballottaggio. I dati ipotizzati per le amministrative torinesi rivelano un livello di astensione molto alto, fra il 33 e il 35 per cento. Cinque-sei punti in più rispetto ai sondaggi fatti finora su territorio nazionale. 'D'altronde da tempo le elezioni amministrative non attirano granché, e al voto vanno di solito non più del 65 per cento degli elettori", spiega Natale [NDR Paolo Natale, progessore di sociologia poliltica all'Università di Milano e collaboratore dell'Istituto Ipsos di Pagnoncelli, come riportato nell'articolo]. In linea con i dati nazionali è invece il numero degli indecisi: fra il 15 e il 18 per cento. Una conferma che 'sarà la campagna elettorale ad essere determinante'."

Il titolo dell'articolo è "Fassino-Appendino verso un testa a testa se c'è il ballottaggio", con un pronostico del 50% (alcuni punti in più dei voti del PD) per il Sindaco uscente.

L'articolo de "La Repubblica" insiste (a differenza de "La Stampa", leggermente più ironico-possibilista) che mentre la candidata Cinquestelle potrebbe attirare voti dai leghisti e dal centro-destra, nessun candidato di quest'ultimo potrebbe vincere in un ipotetico ballottaggio Fassino/"innominato del centro-destra".

Anche nelle scorse amministrative (per non dire nelle primarie del PD) le pagine di cronaca locale de "La Repubblica" sembravan esser meno che al di sopra delle parti, pur senza fare apertamente campagna.

In effetti, l'articolo cerca di presentare come "logica conseguenza" per chi non voglia una vittoria al ballottaggio della candidata Cinquestelle il votare per il Sindaco uscente.

Personalmente, resto dell'idea che non sia una sorpresa che, a fronte di candidati deboli o "di transito" del centro-destra, parte degli elettori (ed alcuni dei partiti) pensi di sostenere nei fatti Cinquestelle- i "4 fili d'erba" di cui parlavo nel post precedente.

D'altro canto, è indicativo che ancora oggi vi siano più opzioni che candidati dichiarati.

Comunque sia, anche se non sono un elettore di Cinquestelle, la supponenza ed arroganza con cui sono trattati gli avversari del PD nell'articolo de "La Repubblica" non è quello che ci si aspetterebbe da una stampa indipendente...

... ed usare i vecchi trucchi retorici del PCI poteva andar bene decenni fa, quando era all'opposizione e cercava di ampliare il proprio consenso (un po' come adesso fanno Fratelli d'Italia e Cinquestelle).

Ma quando il PD è al governo locale da più o meno due decenni, il PD ha bisogno di meno arroganza e più ragioni per mostrare perchè è in grado di continuare il cambiamento, come dicono i suoi manifesti affissi in giro per Torino.

Altrimenti, non basteranno cento articoli in stile "al lupo, al lupo" per vincere al primo turno, ed il rischio diventerebbe di ottenere al ballottaggio una sconfitta con un margine umiliante, e passare poi anni a ricostruire il rapporto con i cittadini-elettori.

Cosa che magari potrebbe tornar utile al Primo Ministro Renzi per forzare un ricambio generazionale nel PD anche a Torino, intendendo con "generazionale" non solo una questione anagrafica (quanti degli ultimi candidati del PD hanno avuto una vita attiva nel mondo reale, fuori dall'apparato del PCI o del sindacato o delle partecipate?).

Ma, francamente, votando solo per cambiare tanto per cambiare, si rischierebbe di perdere un'occasione unica per la città metropolitana.

L'avvio completo della città metropolitana, grazie anche al riassetto delle partecipate ed alle future evoluzioni annunciate della Riforma Madia, richiederà molti cambiamenti organizzativi ed un profondo ridisegno dei rapporti tra cittadini ed istituzioni locali.

Magari dopo alcuni anni di "governo ombra metropolitano" Cinquestelle potrà proporre una "squadra" credibile, soprattutto se nel frattempo si saranno davvero differenziati i ruoli tra chi, negli enti locali, è espressione della politica, e chi svolge un ruolo "istituzionale" e di continuità tra un'elezione e l'altra.

Per ora, ciò che Cinquestelle è stato in grado di fornire come "squadra" e prassi a livello nazionale non è che dia molte speranze: si va dai ripescaggi al catapultare sul palcoscenico gli "unti del leader maximo"- ma ci sono ancora alcuni mesi: e, in Italia, siamo specializzati nei miracoli dell'ultimo minuto.