Ovvero: come quattro debolezze potrebbero metter in moto il cambiamento nella ex capitale industriale d'Italia.

Il titolo di questo post è ispirato da "Fili d'erba, fili di ripresa", il XVIII rapporto sull'economia globale e l'Italia, a cura di Mario Deaglio, del 2013 ma purtroppo in gran parte ancora attuale.

Questo primo post sulle amministrative 2016 è in realtà una raccolta di considerazioni generate dalla partecipazione ad una conferenza a Torino in cui erano presenti i principali partiti/movimenti concorrenti del Partito Democratico.

Un breve sunto della conferenza è stato inserito dal principale quotidiano locale, "La Stampa", all'interno di un pezzo che nei fatti presentava una sola scelta come logica per le opposizioni...

Come ricordato nel libro da cui deriva il titolo (pag. 167): "Quella in corso ... è una crisi strutturale, per tre ragioni:
- la già ricordata necessità di un forte avanzo primario dei conti pubblici con la sottrazione alla spesa finale di almeno 3 punti di PIL all'anno, per pagare spese effettuate in passato;
- la necessità che il tasso di risparmio per l'intera economia, e quindi non solo a livello delle famiglie ma comprendendo anche le imprese e l'amministrazione pubblica, torni a essere positivo. In caso contrario non sarà possibile investire nei settori promettenti, il che, nuovamente, indebolisce la spesa interna, oppure lo si potrà fare solo con un massiccio, e oggi improbabile, apporto di capitali esteri;
- infine, la necessità che molte imprese scelgano di ristrutturarsi anziché di vivacchiare."

In realtà, considerata l'incidenza della spesa pubblica (non solo le partecipate), "imprese" è limitativo- ed ovviamente l'aspettativa per le promesse riforme strutturali in tempo zero era forse altrettanto irrazionale quanto le promesse.

Uno degli elementi caratteristici del sistema elettorale italiano è che in effetti vige il "chi vince piglia tutto".

Ovvero: tutti gli incarichi più importanti sono occupati da chiunque vinca, a qualunque livello- anche in quello che all'estero sarebbe una apartitica burocrazia.

Tralasciando il livello del Governo centrale, e concentrandosi a livello locale, questo crea un paradosso: chiunque vinca, ci si aspetta che sia in grado di riallocare tali incarichi ad ogni vittoria.

In assenza di un'alternanza, questo non può avere altro sbocco che un progressivo allargamento del numero di incarichi, semplicemente suddivisi per "cerchi di vicinanza" al vincitore.

Effetto collaterale sul medio-lungo termine: chiunque abbia il ruolo (temporaneo) del vincitore "eredita" la compagine lasciata dai suoi predecessori.

Nei fatti, ogni successivo "vincitore" che sia espressione della stessa parte politica ha una progressiva riduzione dei propri margini di manovra.

Effetto collaterale "strutturale": il ricambio che sarebbe legato all'alternanza viene sostituito da una progressiva stasi- chi entra non esce, al limite cambia ruolo.

Un punto su cui i quattro relatori (Forza Italia, M5S, Fratelli d'Italia, area Popolari) alla conferenza han trovato un punto di convergenza è riconoscere che, se per oltre un ventennio, Torino ha avuto sempre la stessa forza politica al potere è sia per i suoi meriti sia per i demeriti degli avversari.

Non sono un alfiere del bipolarismo e dell'alternanza ad ogni costo- anzi, resto convinto che il sistema proporzionale sia quello più vicino alla cultura politica (e sociale) italiana.

D'altro canto, quanti dei partiti attualmente in Parlamento a Roma sono stati votati dagli elettori?

In questi giorni il Sindaco Fassino ha confermato la propria ricandidatura- ma, d'altro canto, non è una sorpresa (mancano candidati che siano in grado di attrarre i voti).

Un caso più unico che raro: ricandidare chi già prima dell'attuale mandato indicò che svolgeva un "ruolo di servizio" più che una scelta volontaria di candidarsi.

Non sono tra i detrattori del Sindaco Fassino- anche se ci troviamo mutualmente antipatici: non penso che simpatia o antipatia siano criteri che devono prevalere sulla capacità di ricoprire un ruolo.

Con minimi margini di manovra, e risorse a dir poco inadeguate (rispetto a quelle a disposizione dei suoi predecessori), ha cercato (parzialmente riuscendoci) di rendere la città visibile all'estero e potenzialmente più vivibile- entrambi elementi utili per poter attrarre in un prossimo futuro investimenti.

Comunque, durante la conferenza finalmente ho sentito rappresentanti del centro-destra ammettere che in passato uno dei loro errori principali è stato presentare candidati alla carica di sindaco talmente poco interessati al territorio, che, dopo aver perso le elezioni ma ottenuto di esser eletti, diventavano quasi invisibili (o sparivano proprio).

L'autocritica si è spinta fino a considerare un'opportunità la possibilità, nel caso di ballottaggio, di appoggiare l'unico candidato considerato in grado di attrarre abbastanza voti, Chiara Appendino dei M5S.

L'elemento più interessante è stata l'ovvia convergenza tra i quattro relatori (solo Appendino è candidata, almeno per ora) sull'analisi delle ragioni dei due decenni di incapacità delle opposizioni di presentare un candidato eleggibile.

Credo che l'elemento più interessante non sia una convergenza al secondo turno (un "listone" stile "partito della nazione"- il "partito unico" in Italia risveglia tristi precedenti).

Mi sembra che abbiamo appena avuto un paio di decenni con un centro-sinistra il cui unico elemento di coesione era il non essere l'avversario: un po' poco per chiedere di esser votati.

Difficile pensare che il centro-destra ed i popolari potrebbero davvero appoggiare la candidata M5S al ballottaggio senza chiedere una controparte.

A livello di nazione, è relativemente meno critico "correggere la rotta": è questione di "macropolitica" (qualcosa che in Italia manca da ben prima dell'ingresso di Berlusconi in politica)- sapete, "dettagli" come la politica industriale, quella delle infrastrutture, e così via.

A livello locale, i margini di manovra sono minori anche quando (e non è il caso di Torino oggi) non mancano le risorse: il primo limite è lo spazio fisico- se si crea un piano regolatore per un modello di sviluppo che ignora le capacità del territorio, si rischia di creare solo costosissime cattedrali nel deserto di cui non si riescono a coprire neanche i costi di manutenzione.

Anche se molti considerano (e qualcuno ci riesce) il diventare sindaco come il primo passo verso Palazzo Chigi o il Quirinale, non è detto che la capacità di gestire le risorse e sviluppare il territorio a livello locale prepari a dirigere la nazione.

In democrazia, talvolta votare per generare il cambiamento è altrettanto, o forse più importante che votare per vincere: è questione di meta-politica.

Il solo giungere al ballottaggio e creare un dibattito non cacofonico, ma che costringa anche il centro-sinistra ad una autocritica costruttiva per mantenere la propria base elettorale potrebbe esser un passo avanti.

Anzi: potrebbe anche esser un favore che l'opposizione fa al Sindaco Fassino, fornendogli occasione di aver alcuni punti di riferimento (identificare cosa c'è da fare e trovare una coesione di forze intorno a tali obiettivi) e maggiori gradi di libertà (accettazione da parte della sua stessa compagine della necessità del cambiamento).

Se poi davvero il centro-destra dimostrasse una capacità "meta-politica", sostenendo al ballottaggio la candidata del M5S per consentirle di iniziare il cambiamento, rinviando la discussione alle succesive amministrative senza contropartite in questo mandato, potrebbe essere un'opportunità di cambiamento.

Per il centro-destra, per la città, ma anche per il centro-sinistra.

Quattro fili d'erba sono esili, ma se uniti...