(a shorter version of this post was published yesterday with the title Cultural short-sightedness and industrial policy #Italy)

E ci siamo di nuovo.

Ogni volta che si avvicina un'elezione, o si sente anche solo l'odore di elezioni... improvvisamente ecco spuntare fuori come funghi i discorsi sul "sistema Italia" (che, da come viene descritto, spesso fa pensare che sia inteso come i sistemi per vincere al lotto, non come un'unità di intenti che trascenda il mero interesse personale di breve periodo).


La parte interessante è che, tra tutte quelle chiamate ad allinearsi dietro il Tricolore, noi italiani diamo l'impressione che sia possibile far tutto rimboccandosi le maniche (e non aggiungo altro): come diceva quella canzone "manca l'analisi".

Lo so che il mio punto di vista non è popolare, con tutte le leggi di facciata che proclamano di voler scolpire nella pietra una mitica "responsabilità sociale delle imprese", ma penso che le aziende private debbano innanzitutto rispondere ai propri azionisti, ed i politici ai cittadini: a ciascuno il suo.

Ho scritto in passato che l'Italia è un paese in cui le privatizzazioni spesso sono state declinate in stile Eltsin, in cui i dirigenti delle imprese statali di fatto prendevano il controllo dei beni che nominalmente erano stati chiamati a gestire "come un padre di famiglia" (mi ricordo che tale concetto era indicato nelle normative fiscali).

Di conseguenza, è quantomeno curioso che, allorchè aziende che sono/erano di Stato (nessuno davvero è in grado di dire se lo siano ancora o meno) continuamente invocano il mercato per negare la propria responsabilità sociale, allo stesso tempo discutiamo dell'imperativo morale per le imprese private di costruire una political industriale per il Paese "dal basso".

Già, perchè gli alfieri della difesa dell'indipendenza delle società privatizzate dimenticano spesso e volentieri che sono state costruite tramite investimenti finanziati dai cittadini, e sovvenzionate per decenni come salarifici per quote da manuale Cencelli (una quota per ogni partito in base al peso relativo e "premi di produzione legislativa"), ma sono costantemente impegnate in ristrutturazioni e tagli ai servizi erogati (qualcuno si ricorda che i vari monopoli ricevevano investimenti a piè di lista anche perchè dovevano garantire servizi in perdita- da trasporti ferroviari in paesini sperduti, ad uffici postali in luoghi improbabili?).

Definire una politica industriale per il Paese dovrebbe esser un ruolo per i cittadini (inclusi i cittadini imprenditori), attraverso i loro rappresentanti eletti.

In Italia, questi ultimi sembrano esser solo interessati a trovar modo di render impossibile che un'impresa in Italia sia acquisita da un'impresa straniera che potrebbe spostare le attività altrove, o costruire una matassa inestricabile di normative tale da rendere impossibile anche solo pensare a "delocalizzare".

Lo so che in Italia tanti, a destra come a sinistra, ritengono che questa sia "la" politica industriale da adottare: peccato che sia un paio di decenni in ritardo, dato che già una dozzina di anni fa ricordo riunioni in cui più d'un rappresentante di aziende "tipicamente italiane" (scarpe, abbigliamento, gioielleria) indicava come ormai la delocalizzazione fosse la norma, per restare competitivi (in alcuni casi: per restare competitivi con altre aziende italiane che, pensando di esser più furbe, per sbaglio avevano trasferito all'estero processi proprietari, come se i loro subcontractor asiatici fossero incapaci di adottare ed adattare processi).

Anche se fossimo ancora in tempo, una politica basata in prevalenza sul disincentivo ad attrarre investitori esteri e sul disincentivo a delocalizzare non avrebbe un grande successo nel favorire l'attrazione in Italia degli investimenti dall'estero.

E non sostituirebbe la mancanza di una politica industriale comparabile a quella di altri paesi vicini, come la Francia e la Germania.

Il messaggio "venite in Italia, investite in Italia, e qualcosa succederà" attirerà anche folle osannanti nei meeting politici- ma le folle nei meeting politici sono come i "like" su Facebook: costano niente, è bello partecipare, ma mica devi poi davvero far qualcosa o pagare.

Molti discorsi (anche da fonti confindustriali) parlano di dettagli (oneri sociali in busta paga, costo dell'elettricità per le imprese), invece di puntare a creare un clima che renda interessante a lungo termine un "rimpatrio" degli investimenti industriali.

Se ci limitiamo ad abbassare il costo del lavoro e ad aumentare la flessibilità in uscita nei contratti questo potrà forse aiutarci nel breve termine.

Negli ultimi 20 anni è innegabile la crescita del numero di università e di cattedre, a fronte di una forte contrazione del numero di imprese che ne richiedono i servizi e dei budget dedicati alla ricerca, volano per occupazione più qualificata (e meglio retribuita).

Se ciò è al prezzo dell'investimento a lungo termine sul capitale umano, noi italiani stiamo in realtà sovvenzionando la vendita del nostro "capitale sociale" (dalla proprietà intellettuale a ciò che aveva permesso il "boom economico" ed il fiorire di imprese in grado di esportare conoscenza)... a prezzi di saldo.

Penso che la prima volta che incontrai critiche alla tendenza italica ad avere troppi convegni, premi, ecc fu nei primi anni Ottanta, un periodo in cui continuamente leggevo materiale proveniente dalle istituzioni europee (ero al liceo, ma stavo sperimentando la "politica organizzata ed attiva").

Credevo che non fosse possibile, ma è solo peggiorato dal 2008: più profonda la crisi, maggiore il numero di persone che usan il Tricolore come abito da cerimonia.

Nel frattempo... stiamo ancora aspettando una politica industriale che non sia basata sull'aggiunta di lacci e lacciuoli.

E' miopia politica allo stato puro: invece di creare incentivi a venire e restare, pensiamo a creare un "muro di Berlino" di carta bollata per trattenere chi ha avuto la ventura di venire o (come impresa) nascere qui- inutile poi stracciarsi le vesti quando le classifiche internazionali ci posizionano maluccio nella capacità di attrarre (e far crescere) investimenti da fonte estera (che non siano il mero rimpatrio di fondi trasferiti all'estero- le "partite di giro" basate su fondi sottratti non accrescono la ricchezza del Paese).

Probabilmente sarò in Italia per un paio d'anni (a meno che il lavoro non mi chiami altrove), e quindi mi aspetto di essere chiamato a votare ogni tanto, per elezioni locali e nazionali.

E sto ancora aspettando di vedere qualcosa che sembri un piano coerente.

In politica, soprattutto in Italia, le promesse durante la campagna elettorale son promesse da mercante, prontamente disattese non appena i discorsi si scontrano con la realtà, ma è comunque utile iniziare almeno con un discorso coerente su che cosa tu, come politico candidato/a, vuoi essere e rappresentare.

Altrimenti, stai soltanto chiedendo di esser votato/a o perchè sei già in carica ("non cambiate il cavallo in corsa"), o solo perchè non sei ancora stato eletto/a ("fidatevi di me, farò di meglio").

Nessuna delle due opzioni è francamente interessante per gli elettori... a meno che che l'obiettivo del politico candidato/a non sia quello di creare incentivi per far sì che gli elettori, soprattutto quelli che potrebbero generare o far generare posti di lavoro (p.es. i laureati in studi aziendali o tecnico-scientifici), "votino con i propri piedi", come si dice in inglese (in Italiano: emigrino).

Avevo annunciato ieri che avrei pubblicato la versione italiana del post in inglese, ma ho preferito fare qualcosa di più.

Su questo sito, oltre a questo nuovo post, troverete anche che gli articoli nella sezione "strumenti" sono stati sostituiti con il testo integrale (tranne le note) dei capitoli del libro che era derivato da quegli articoli.

E' un modesto contributo "bipartisan" per le elezioni future a cui mi troverò a partecipare come "cittadino-elettore", contributo a cui ne seguiranno altri.

Nel 2008 utilizzai questo sito per pubblicare online i programmi e le liste dei partiti che, come residente all'estero, avevo trovato nella mia cassetta delle lettere.

Spero che vi siano quotidiani che faranno lo stesso in modo "neutrale" per le prossime elezioni- se così non sarà, vorrà dire che dedicherò qualche fine settimana a condividere le informazioni che avrò raccolto in modo che siano comparabili: sempre in modo "neutrale", dato che mi interessa più che aumenti la quota di cittadini che sceglie, piuttosto che quella che segue l'abitudine o si comporta come se votasse per un talent show.