In questi giorni, intorno alla vicenda di Riace si stanno come al solito addensando "cavalli di troia politici" come quelli che già abbiamo avuto modo di vedere per casi clamorosi p.es. di stabilimenti in chiusura: i pro ed i contro non entran più nel merito, ma nei fatti entrambi costruiscono "muri" invalicabili da qualunque forma di comunicazione.

Per poi dimenticarsene- passata la festa, gabbato lo santo non vale solo per le festività...

Mi chiedo quanti abbiano letto p.es. il libro di Antonio Rinaldis su Riace che in realtà è una lunga intervista a Domenico Lucano, pubblicato nel 2016 (lo acquistai e lessi in prima battuta in tempi non sospetti).

Personalmente, da emigrato (più volte) all'estero, ho lavorato all'estero anche con chi non era emigrato comprando un biglietto aereo, ma arrivando con altri percorsi meno agili.

Ed anche lavorato con chi era immigrato di seconda o terza generazione.

In altri paesi, ho avuto contatti con "ex clandestini" che lavoravano in banca, ed altri che da rifugiati avevano avuto un percorso di inserimento che includeva farli entrare in posti di lavoro per i quali erano sovraqualificati, in modo da renderli economicamente autonomi, e liberi di scegliere poi ove vivere e lavorare.

Ed alcune persone mi dissero allora di aver seguito, in autonomia, percorsi formativi in grado di farli passare a svolgere attività che non fossero solo di puro sostentamento- anche andando ben oltre il livello formativo e lavorativo da cui provenivano (non si tratta di incasellare, ma di fornire opportunità).

Tralascio invece esempi dal mio percorso formativo e lavorativo all'estero ed in Italia.

In Italia, siamo tutti pronti a salire sul carro del vincitore, ma ogni tanto sarebbe più utile osservare luci ed ombre.

E considerare la situazione reale: il nostro modello non prevede quasi niente di quanto ho visto all'estero.

O cambiamo il modello, o lavoriamo con quello che abbiamo fino a che non vi sarà la volontà politica di cambiarlo, cercando nel frattempo di creare tale volontà politica.

Non credo che le scorciatoie alla burocrazia siano una soluzione: come dicevo nel fine settimana ad altri, quando diedi una prima lettura al libro, alcune "distonie organizzative" erano descritte come punti di forza del progetto.

Ieri sera ho deciso di rileggerlo per passare dalla "sensazione" al "dettaglio"", ma comunque ho dato prima, di nuovo, una "rilettura veloce".

Consideriamo alcuni elementi: la velocità dell'inserimento e la disponibilità della popolazione locale ad accogliere "l'altro", oltre alla libertà dei nuovi arrivati sul territorio di poter poi sviluppare un proprio progetto di vita.

Articolo da "La Stampa" (aggiornato alle 7:31 del 15/10, estratto il 16/10): "

A Riace non ci sarà alcun trasferimento obbligatorio: i migranti si muoveranno solo su base volontaria. È questo il meccanismo che scatta quando un progetto Sprar deve chiudere, perché finisce oppure perché viene revocato dal Viminale. E quanto specificano fonti del Ministero dell’Interno.

Quando accade ora - spiegano dal Viminale - è che i migranti hanno due opzioni: restare dove sono (e non beneficiare più del sistema di accoglienza), oppure possono andare in altri progetti Sprar nelle vicinanze, naturalmente sulla base delle disponibilità. La proposta di nuova destinazione viene formalizzata dagli operatori del progetto.

Ciò non toglie che gli enti territoriali come Comune o Regione possono avviare altri interventi di assistenza (NDR: mia enfasi, non dell'articolo).

Il Comune di Riace ha 60 giorni di tempo per fornire la documentazione finanziaria sui migranti che beneficiavano dell’ accoglienza, sia che queste persone decidano di essere trasferite sia che restino nel comune calabrese. "

Quanto riceveva il progetto di Riace? Secondo un articolo de "Il fatto Quotidiano" (14/10, estratto il 16/10), eran previsti 2 milioni per il triennio 2017-2019, ed i problemi riscontrati non eran reati, ma un caos amministrativo, inclusa la creazione di uno strumento di spesa da utilizzare solo localmente.

Ora, ammettiamo che gli illeciti riscontrati dal Ministero siano tali.

Ed ammettiamo quindi che, di conseguenza, il progetto avviato a Riace non possa più esser finanziato, ma possa esser comunque avviato un progetto autonomo locale (che sia del Comune o della Regione, poco importa).

Torniamo alla fine anni Settanta/inizio anni Ottanta, gli anni in cui ero al liceo "Galileo Ferraris" a Torino.

Allora, ricordo che comunque ogni manifestazione e corteo poi difficilmente generava un dialogo e progetti a lungo termine dedicati all'argomento specifico- mancavano i mezzi, la folla che si trovava in strada poi al massimo poteva nuovamente incontrarsi per altri "eventi".

Facevamo i "fuochi d'artificio" con cadenza anche infrasettimanale, poi tornavamo a casa contenti di aver dato un segnale politico- dopo poco, iniziai a far seguire ad ogni manifestazione il resto della mattinata in biblioteca, per far qualcosa di costruttivo.

Oggi, è diverso.

Se 500mila persone scendono in piazza per sostenere il progetto di Riace, a parte metter like su Facebook, Twitter, Instagram, o quello che preferite, e farsi selfies, i mezzi esistono per "avviare altri interventi di assistenza".

Invece di andar a far un video a Riace da poi proiettare nelle piazze (utile soprattutto per lanciarne gli autori), se esistesse ancora la "Associazione Città Futura", magari qualcuno più addentro nella burocrazia del sociale e del crowdfunding in Italia potrebbe lanciare una raccolta "una tantum", come "seed" di un "progetto sociale campione" che potrebbe esser poi replicato altrove.

All'estero, non è inusuale- e diverse "startup" lì in realtà hanno un modello legato ad una "causa" specifica, anche se poi questa magari viene rappresentata da un prodotto o servizio commerciale.

Più che un franchising, con regole e "diritti di utilizzo" gestiti centralmente, una diffusione in "public domain", per consentire che ogni territorio possa adattare il modello, ed imparare, di nuovo, da luci ed ombre.

In fondo, secoli addietro le cattedrali eran finanziate dai fedeli di ogni comunità, ed all'estero, quando rimasi sorpreso del numero di chiese sconsacrate e convertite ad altri usi a Londra, i miei colleghi locali mi dissero che, se la comunità locale non era più in grado di supportare una chiesa, questo era ordinaria amministrazione.

La gestione dell'accoglienza è ancora più complessa di quella dei flussi immigratori, perché richiede un percorso sul territorio di destinazione a lungo termine.

Come ebbi modo di scrivere in passato, abbiamo già esempi di immigrazione in Italia che hanno dato nuova vita a pezzi di territorio semi-abbandonati, senza per questo creare "uno Stato nello Stato".

Tutto ciò, ovviamente, considerando che non si tratta di creare "zone franche" in cui ognuno può applicare il codice civile e penale che preferisce, o batter la sua moneta.

PS per estrema chiarezza: sì, come ho detto a voce a chi me lo chiedeva, non condivido né il modello Minniti, né quello Salvini, né quello Lucano- ma forse abbiamo bisogno di un modello che li unisca, anche se poi a livello di comunicazione politica resteranno tre modelli distinti per tre elettorati distinti...