Questo breve post è collegato ad un post in inglese che affronta il tema della "rottura della sostenibilità nella conservazione"- ma principalmente dal lato concettuale ed in termini di attività economica (The tipping point of #change and #sustainability).

Preferisco condividere dati, non solo ipotesi od opinioni.

Sento spesso dire che la dimensione politica italiana è ininfluente, ma, francamente, dissento.

E per alcuni ordini di motivi.

Innanzitutto, da quando sentivo parlare di IGE (un precursore dell'IVA) decenni fa, ancora bambino, ben prima di iniziare a lavorare avevo avuto modo di vedere come in Italia non manchino mai innovazioni legislative e regolamentari.

La prolifica e continua emissione di leggi, norme, regolamenti comporta un continuo adeguamento, ed una continua transizione.

Ed è giusto che sia così: il principio di sussidiarietà consente di avere nell'Unione Europea una differenziazione delle regole secondo gli usi ed i costumi locali.

Inoltre, questo "grado di libertà normativa" riporta alla rappresentatività dei politici locali, ed alla loro responsabilità nei confronti dei cittadini-elettori.

E' vero che dover rispondere solo a regolamenti europei consentirebbe di aver una semplificazione e risparmio per chi operi in più paesi- apparente.

Apparente, perché implicherebbe aver una regolamentazione che "vada bene a tutti", tipo il regolamento GDPR sulla privacy (cfr. http://robertolofaro.com/gdpr).

Verità 1: la privacy da diversi viene considerata una diritto da garantire nel contratto sociale del XXI secolo, in una democrazia, e quindi potenzialmente delegare questo diritto ad un regolamento europeo corrisponde ad una riduzione del principio di sussidiarietà.

Ma, per noi italiani, siamo seri... la 196/2003 (legge sulla privacy) e successive interpretazioni e chiarimenti del Garante in realtà coprivano già quasi tutti gli aspetti del regolamento GDPR.

Al limite, potrebbero lamentarsi altri paesi, che avevano normative locali più "leggere".

L'idea di smettere di legiferare a livello locale e lasciar che la legislazione sia definita solo a Bruxelles implica inoltre avere una visione tecnicistica della normativa, e non politica.

Verità 2: in Italia, ormai da decenni, molti politici usano Bruxelles come una foglia di fico, dicendo ad ogni finanziaria "ce l'ha chiesto l'Europa".

In realtà, siamo noi ed i nostri politici ad abdicare.

Negoziare stanca, negoziare e gestire una rete di relazioni e rapporti in lingue straniere ancora di più.

Delegare il ruolo legislativo completamente ad altri (p.es. emettendo "leggi quadro" i cui regolamenti attuativi siano poi realizzati in toto altrove) non è una soluzione.

Anche perché corrisponderebbe ad un modello iper-centralistico che richiederebbe ben più che una unità politica tra paesi sovrani.

Verità 3: l'unico modo per evitare di abdicare è investire sullo sviluppo di capacità sistemiche nella definizione di normative.

Da decenni, sento dire in convegni la frase magica "fare sistema"- ma poi, nella prassi, e ad ogni contatto (a Roma, a Bruxelles, in giro) con chi ha davvero avuto bisogno di sentirsi parte di un "sistema Italia", troppo spesso sento confronti impietosi con quello che fanno altri paesi.

Di nuovo, è in realtà il nostro "sistema paese" che difficilmente fa sistema, e raramente si ricorda di esser parte dello stesso paese.

Inutile che ripeta la solita filippica, il nodo cruciale è semplice: dobbiamo abituarci non solo a parlare di "eccellenze", ma ricordarci di coinvolgerle in ogni fase del ciclo di sviluppo di un prodotto o servizio, anche se i migliori non fanno parte della nostra "cordata".

Il "sistema Italia" per ora non esiste: è solo una dichiarazione di intenti che si ripete da decenni.

Nei giorni scorsi ho partecipato ad una conferenza/convegno sul trasferimento della proprietà intellettuale organizzata a Torino dalla Jacobacci.

Interessante argomento, ma che ha confermato quanto ho sentito p.es. recentemente in alcuni convegni su startup ed innovazione digitale.

Verità 4: Il limite alla crescita, che ci impedisce di generare "unicorni" (società con una capitalizzazione superiore ad 1 miliardo di dollari, https://en.wikipedia.org/wiki/Unicorn_(finance)), impresa che invece riesce in giro per l'Europa, non è legato alla mancanza di risorse.

Anzi: abbiamo anche troppe strutture di supporto alle imprese innovative e startup- guardate le slide presentate alla conferenza (link su Instagram).

Verità 5: se "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", quanto i cittadini sentono tale sovranità?

Se c'è una cosa che trovo ridicola, è quando in continuazione sento parlare di quanto poco lo Stato destina a questo o quello.

Vero- ma guardate ad altri paesi europei, che destinano di più di noi p.es. alla ricerca e sviluppo, al sistema accademico, o alle politiche per l'occupazione.

La distribuzione del totale del debito nazionale (dati Eurostat: pubblico rispetto a privato) è diversa dall'Italia.

Esempio (dati 2017, in milioni di EUR):

Stato Pubblico Privato Totale % privato
su totale
Francia 2.218.436 3.396.939 5.615.375 60.4%
Germania 2.092.643 3.279.545 5.372.188 61%.0
Italia 2.263.056 1.905.307 4.168.363 45.7%

Dite quello che volete- ma, in Italia, quel 15% di differenza rispetto a Francia e Germania rappresenta forse oneri che lo Stato sostiene per conto dei cittadini, p.es. per "coprire" il sommerso e nei fatti sovvenzionare quanto quest'ultimo non copre della propria quota? Curiosamente, dalle ultime cifre l'impatto della criminalità organizzata sul PIL è considerato intorno al 12%.

Forse, per avere risorse da dedicare all'innovazione, a parte evitare interventi "a pioggia" che creano sedie più che innovazione, si tratta anche di riequilibrare la distribuzione del "peso" dello Stato.

Ma, ovviamente, richiederebbe anche rimuovere la ragione di almeno parte del sommerso: la nostra complessità normativa è un notevole incentivo a cercare (e pagare) scorciatoie.

E torniamo al punto iniziale: non serve "abdicare" all'estero il nostro ruolo di cittadini, sposteremmo solo il problema.

Chi preferisce pagare un po' per non dover pagare il dovuto o aggirare "ostacoli normativi" non crea solo un danno diretto ed immediato.

Che si sia corrotti o corruttori poco importa.

Comunque, si rinforzano comportamenti strutturalmente non sostenibili.

Esiste un'altra forma di corruzione, che non richiede dare o ricevere "mazzette": la quantità di "esterovestizioni" della proprietà delle nostre imprese non vere multinazionali.

Indice che la nostra micro-classe dirigente è contenta di avere l'Italia come mercato e, perchè no, sede produttiva e staff più fornitori in Italia, ma preferisce lasciare i costi di mantenimento del mercato e delle infrastrutture al debito pubblico.

L'innovazione strutturalmente sostenibile di cui abbiam bisogno non necessita di "marziani della politica": abbiamo bisogno di una ordinaria amministrazione e controllo, e di ordinari politici che accettino di rischiare di perdere le elezioni.

Pur di far qualcosa che ritengano utile (e che possa far vincere loro le elezioni successive per più di un ciclo).

Se ci accontentiamo di politici che si limitino a lanciar sogni, o amministrare l'esistente, non facciamo una gran scelta...

...cosa da considerare, adesso che centro, sinistra, destra, cinquestelle ed altri alternativi stanno scegliendo i propri candidati.

Se accettiamo candidati-marionette gestiti da un'azienda/fondazione privata o da burocrati di partito, poi non lamentiamoci: seguiranno l'onda, non faranno scelte politiche.