Nota: questo post inizialmente aveva l'intenzione di esser la traduzione in Italiano di un post pubblicato il 4 ottobre, ma in effetti è diventato altro...

(il post in inglese era: 千里之行,始於足下 / a journey of a thousand miles begins with a single step)

Il post originale era nato nell'attesa dell'evento da Torino alle OGR del 4 ottobre su "Le Sfide dell'Innovazione", un evento itinerante che attraverserà nei prossimi mesi alcune tappe nel Nord Italia, fino alla "Linea Gotica" (Livorno), più e meno la stessa area che un numero di Limes dell'anno scorso indicava come area economicamente integrata o integrabile nella catena del valore dell'economia tedesca.

In effetti, se vi avanza del tempo per capire un po' meglio le condizioni socio-economiche del paese, potreste dare uno sguardo a:

  • Limes 4/2017 "A chi serve l'Italia"
  • Limes 5/2018 "Quanto vale l'Italia"
  • A. Giunta/S. Rossi "Che cosa sa fare l'Italia"
  • "L'approdo mancato - economia, politica e società in Italia dopo il miracolo economico"

Nell'articolo in inglese, citavo una interessante intervista pubblicata il 4 ottobre all'estensore del "Rapporto Giorgio Rota" che sarà presentato il 20 ottobre.

Il tono nell'intervista? Non allarmato o allarmante, quanto piuttosto seccato, con evidenza sul rischio di marginalizzazione di Torino (con o senza TAV) ed il bisogno di costituire la massa critica, non solo scatole vuote e eventi ai quali partecipi solo chi è già del territorio.

Un elemento che forse sarà evidenziato nel rapporto (vedrò il 20 ottobre, se riesco a partecipare), ma mancava sia nell'intervista sia in tutti gli eventi ai quali ho partecipato negli ultimi anni è la comprensione del valore potenzialmente strutturale del 25% di studenti universitari non di Torino, inclusa una quota non irrilevante di stranieri al Politecnico.



Tralascio i dettagli già discussi nel post in inglese, in cui spiegavo quello che per me è il valore simbolico delle OGR come location per lanciare un evento itinerante sull'innovazione: le OGR sono il simbolo di una innovazione e re-invenzione continua, non di un cambiamento episodico o un picco di creatività estemporaneo.

La mia modesta proposta non è niente di veramente innovativo, solo un "connecting the dots" da altre esperienze e discussioni girando qui e là in Europa ed altrove con amici, colleghi, clienti.

L'idea è di creare un "ecosistema virtuale" in cui coinvolgere gli studenti stranieri, un ecosistema che inizi ben prima del loro coinvolgimento, così come negli anni Novanta mi trovai a partecipare ad un concorso per passare un periodo in Giappone, e compagni di corso a Londra mi descrissero come funzionava nei loro paesi.

Da noi, si fanno i gemellaggi spesso per vanità dei politici, perché non estendere i "gemellaggi" alle persone, quali migliori "antenne" per futuri contatti?

Perché, in qualunque relazione culturale e di affari, anche con concorrenti, la mancanza di informazioni talvolta genera più danni che benefici: provate a guardare ai costi della Guerra Fredda, ed ai rischi corsi.

Possiam chiamare il concetto un derivato di quello che di solito si chiama "alma Mater": nella sua declinazione angloamericana, non in quella italiana.

Tra l'altro, ho visto a valle della mia partecipazione ad un corso residenziale intensivo al Goethe Institut di Francoforte come anche la Germania adotti una politica più proattiva per almeno mantenere un legame, dato che, in ogni caso, avvicinarsi agli istituti di cultura di un paese tradizionalmente è segno quantomeno di interesse non episodico.

Purtroppo troppe volte da contatti in Italia la percezione che ho avuto della comprensione del concetto di "alma Mater" era limitata al... possibile supporto finanziario da parte degli ex alunni.

Vi risparmio le note da "guida per business tourists" che ho messo su Torino nel post in inglese, che di solito però, visto che la città è poco conosciuta all'estero, interessano più gli stranieri, sorpresi dall'architettura della città, che i visitatori italiani.

In generale, il problema di fondo è in realtà figlio del nostro provincialismo: se qualcuno viene a visitarci, l'idea dovrebbe essere di farci trovare "attrattivi", e, nell'ambito lavorativo, incentivare non solo al ritorno, ma anche a parlare ad altri della positiva esperienza.

Non, come vedo spesso, assumere che, se vengono qui, sono interessati, e quindi si adeguino- incluso agli aspetti linguistici.

Se vado in un paese per un semestre, altrove (Germania inclusa) ci si aspetta di utilizzare una lingua internazionale, non quella locale, e di aver supporto alle cose più banali ed ordinarie che per i locali sono scontate, ma per uno straniero no.

Ma questo richiederebbe, restando solo sul lato "studenti stranieri", colmare una lacuna: mancano elementi di aggregazione, e manca, per ora, la cultura della comunicazione (non basta far un calendario di eventi), almeno da quanto ho sentito dal 2015 da studenti ed ex-studenti stranieri.

Cercando, per quanto possibile, di occuparsi delle condivisione delle informazioni: si tratta di "gestire" la palette di eventi durante tutto un ciclo di studi, non di cercare di convertire gli studenti in visita in tessere di un puzzle.

Ma il titolo di questo post è qualcosa di più ampio.

Su "La Stampa" di un paio di giorni fa è apparsa, in "coda" ad un articolo sulla manovra finanziaria, una nota su una dichiarazione di Messina di Intesa Sanpaolo.

La proposta? Dato che Intesa Sanpaolo dispone di una struttura di formazione, fornire a chi riceverà il futuro "reddito di cittadinanza" l'accesso agli stessi corsi su aspetti finanziari e data science che la banca utilizza per uso interno- una opportunità, per una volta, di avere formazione "di mercato", e non progettata ad hoc per finanziamenti ecc.

Altro elemento è la proposta di supportare l'interconnessione dei centri per l'impiego, utilizzando le competenze di Intesa Sanpaolo per far sì che domanda ed offerta riescano ad incontrarsi più agevolmente, dato che tradizionalmente l'interconnessione e portabilità delle informazioni tra uffici sono un punto di debolezza.

Ci sono due elementi in questa notizia: già a fine anni Novanta i nostri salari erano competitivi con quelli di altri paesi, ma proprio per questo sono stati lasciati degradare due aspetti utili per la competitività futura- formazione continua ed infrastruttura (incluso i costi di esercizio, p.es. energia).

Non è quindi mero altruismo quello di Intesa Sanpaolo: mancano in Italia giovani (ed anche meno giovani) con gli elementi culturali necessari per lavorare nel XXI secolo, laurea o non laurea.

In parte perché i pochi che vengono formati poi, come ricordava recentemente un articolo su "La Stampa" dall'ambiente del Politecnico, tra 900 euro di rimborso spese, e 3000 euro più piano di carriera, un neo-ingegnere che è costato all'Italia centinaia di migliaia di euro preferisce andar in Germania.

Questione di miopia delle imprese, forse troppo piccole per poter gestire cammini di carriera differenziati al proprio interno.

All'evento "Sfida dell'innovazione" dall'ambiente accademico ho sentito due elementi che in effetti creano problemi strutturali- un numero di studenti per docente ben al di là dei parametri che ho visto di persona in altri paesi e sentito da amici e colleghi, ed una specializzazione che anche il relatore indicava come elevata.

Il primo elemento non sarebbe un problema se fosse riservato solo ai corsi da "riunione plenaria", ma il rischio, se è per l'intero curriculum di studi, è che le istituzioni accademiche diventino un "esamificio"- obiettivo diventa passare di corso in corso sino alla laurea o alla magistrale, non creare una "forma mentis" che consenta poi, nell'arco della vita lavorativa, di adattarsi o anticipare le evoluzioni.

Producendo così persone con titoli ma non abituate a considerare cosa voglia dire lavorare in una realtà aziendale pre-esistente, con processi e cultura formali ed informali (in Italia, soprattutto questi ultimi).

Il secondo elemento rafforza il primo rischio, soprattutto se coinvolge corsi di laurea da cui ci si aspetterebbe un approccio "sistemico", poiché l'elevata specializzazione, se elimina (anche per il numero di studenti) la possibilità di confronto e capacità di visualizzare da altre prospettive, crea una "visione a tunnel" che rende poi, in ambito lavorativo, impossibile avere una efficace collaborazione cross-funzionale.

Ognuno degli iper-specializzati parla "in codice", ed una convergenza dei codici comunicativi, in assenza di visione "sistemica", richiede molto più tempo, dato che manca la capacità di empatia.

Cosa che, incidentalmente, è invece il pre-requisito di molte delle innovazioni recenti, strutturalmente trasversali.

Se unite a questi elementi dal lato accademico la richiesta da parte delle imprese citata recentemente dalle stesse organizzazioni imprenditoriali locali, di avere dai corsi di studi persone pronte a lavorare oggi, per il futuro di rischia di diminuire ulteriormente la competitività del nostro sistema industriale, capace di fare ciò che viene richiesto oggi, ma non di prepararsi al domani.

E il titolo di questo post? Vorrei chiudere con una considerazione.

Ho visto spesso in Italia considerare gli investimenti quasi come un "cambio d'abito": ovvero, come se, a fronte di un nuovo investimento, fosse possibile immediatamente dismettere il precedente.

Questo può forse esser vero se non si hanno clienti a cui garantire il ciclo di vita del prodotto.

E se si opera come "greenfield", da zero, non se esiste già una catena del valore da far evolvere per adattarla a nuovi processi di erogazione servizi o produttivi.

Se, come molte delle imprese sul territorio (non solo a Torino e dintorni), le dimensioni sono troppo piccole per poter pensare ad investimenti di "ingresso" (in nuove tecnologie) in contemporanea con il mantenimento della "generazione precedente", e mancano anche le capacità di governo del processo di transizione necessarie quando per "tamponare" si cerchino partner esterni, il rischio è che aumenti la marginalizzazione.

Ovvero: un fornitore di piccole dimensioni che non sia in grado di supportare la transizione rischia di esser semplicemente estromesso dai processi produttivi.

Come accennato recentemente ad una conferenza, in cui una piccola impresa riuscì ad ottenere un contratto significativo da una società automobilistica tedesca solo perché fu in grado di dimostrare che come "rete" (contrattualmente definita) il contratto non superava i parametri di eccessiva concentrazione del fatturato su un solo cliente, contratto che altrimenti sarebbe stato rifiutato.

La transizione verso le nuove modalità produttive, p.es. stampa 3D decentrata, e conseguente contrazione della complessità della logistica, non avverrà in un giorno, ma va comunque considerata una valutazione di quale sia, sul territorio, l'attuale legame tra processi produttivi e struttura di prodotto attuale e infrastrutture (incluse concettuali, p.es. ripartizione dei ruoli nella logistica) con il tessuto delle imprese coinvolte, e quali siano i gradi di libertà per una eventuale evoluzione verso modalità differenti.

Ma aspettiamo il rapporto del 20 ottobre: per ora, vi consiglierei di leggere i testi indicati sopra- contengono dati illuminanti sui possibili punti di intervento strutturale (e fiscale).

Per quanto mi riguarda: l'esperimento iniziato a marzo 2018 per erogare servizi di consulenza sul cambiamento in Italia può considerarsi concluso- esiste la domanda, ma non le condizioni... meglio prepararsi a spostarsi. Ma, nel frattempo, a parte lavorare per sostenere i costi di restare sul territorio e tenere aperta l'attività, vedrò di continuare a pubblicare qualcosa che spero possa esser utile ad altri (ma prevalentemente in inglese).

Al prossimo post...