Nei giorni e mesi scorsi, ho seguito diversi convegni e presentazioni in Italia su temi inerenti il "Business 4.0", inteso in un senso più ampio che la mera introduzione di tecnologie.

A mano a mano che partecipavo, condividevo prima e dopo brevi commenti, link, materiale- per chi avesse avuto voglia di farsi un'idea.

Ieri sera ho pubblicato un breve (per i miei standard) articolo in inglese, da una prospettiva di gestione del cambiamento, e non ripeterò qui il testo.

Vi risparmio la lettura dell'articolo in inglese indicato sopra e salto ad una rielaborazione delle conclusioni, adattate al contesto italiano.

Chi ha letto qualcuno dei miei farfugliamenti online nel 2003-2005 (perché abbonato al mio e-magazine sul cambiamento), o i successivi oscillanti tra il breve (poche centinaia di parole) ed il mastodontico a puntate (alcuni erano lunghi decine di migliaia di parole) forse ricorderà che in più di una occasione avevo indicato che, probabilmente, nel futuro la nostra debolezza strutturale sarebbe potuta diventare un punto di forza.

A titolo di esempio, a chi diceva che siamo un paese con un mercato piccolo di soli 60 milioni di abitanti, indicavo già un decennio fa quando abitavo a Bruxelles che, forse, si sarebbe dovuto considerare come nostro "mercato" chi potesse aver interesse a comprare un prodotto italiano, invece di andar a far concorrenza a chi ha maggior capacità di creare e gestire strutture più complesse.

Restava il problema dei volumi: come fare a produrre quantità in grado di soddisfare una domanda tale senza intaccare la qualità?

Nell'articolo di ieri ho indicato qualcosa che per me spesso sfugge ai commentatori italiani: vero che Industria 4.0, intelligenza artificiale, ecc. possono sostituire con algoritmi diversi ruoli da colletti bianchi, anche ruoli che oggi sono considerati "decisionali" ma seguono in realtà schemi prevedibili.

Ma è anche vero che se si ha la capacità di adattamento e flessibilità di alcune nostre piccole aziende, e capacità di proiezione verso l'estero che hanno le nostre "multinazionali tascabili", forse la nuova ondata di automazione può render possibile un qualcosa di più, quello che chiamavo "leverage del capitale umano".

Cosa intendo? Guardate la polemica sul piano Juncker.

All'inizio, diversi commentatori in Italia dicevano che le risorse erano risibili, mentre all'estero si parlava dell'effetto indotto, e dei volumi complessivi.

Formare dieci artigiani specializzati non richiede le stesse strutture ed organizzazione del lavoro della formazione di cento, a parità di livello qualitativo.

Ma se parte della formazione viene convertita in "apprendimento automatico", invece di cercare di formare cento specialisti diventa possibile formarne dieci che sono in grado di produrre quanto cento specialisti.

Non è applicabile in tutti i settori, ma quante sono le produzioni tipiche italiane che oggi non riescono a crescere non solo per questioni di volumi e risorse, ma anche per l'impossibilità di formare il personale necessario mantenendo costi accettabili?

Un mix di competenze umane ed integrazione nella filiera di risorse automatizzate (oggi software e macchinari per la produzione e logistica, magari domani anche strutture di servizio) potrebbe consentire anche ad un paese di 60 milioni di "proiettarsi" ben oltre i propri confini.

Con altri effetti collaterali che sarebbe troppo lungo affrontare qui.

Ma, ovviamente, questo richiede modelli di gestione ed incentivi di tipo diverso- e non il mero tentativo di trasformare il sistema scolastico in una formazione-lavoro.