E’ sempre interessante osservare come i liberisti diventino illiberali quando han paura di perdere il controllo.

Mi ricordano le polemiche sul diritto d’autore tra il Regno Unito e l’allora nascente nuova repubblica degli Stati Uniti d’America.

Ma stamattina, dopo aver letto l’ennesima bordata di attacchi ai social network e conseguente richiesta di nuovi poteri per il Garante della Privacy, nuove leggi restrittive, ed annessi e connessi lacci e lacciuoli (per citare Guido Carli a sproposito), vien da pensare.

Per inciso: il primo pensiero, visti gli stracci che volano, va ad una orazione di Cicerone in difesa di Quinto Ligario- da cui il titolo di questo post (https://it.wikipedia.org/wiki/Pro_Quinto_Ligario).

E’ possibile che improvvisamente con Cambridge Analytica si sia scoperto che l’informazione e’ manipolabile, che le elezioni sono soggette alle fake news, che i dati, una volta raccolti, possano esser riciclati, dopo opportuni “lavaggi”, per altri fini?

Eppure, da ultracinquantenne qual sono, ricordo come, tornando a Torino ad inizio anni Settanta dopo pochi anni in Calabria, alle elementari mi prendevano per mitomane quando parlavo dei moti di Reggio Calabria e di quello che avevo visto (cariche, ecc).

E, sempre con il beneficio dell’eta’ da “pre-Internet”, ricordo le manipolazioni delle informazioni finanziarie dei ruggenti anni Ottanta.

E ricordo anche quelle di Enron, ed altri.

E di come, ben prima del 2008, quando mi venne offerto di lavorare su investimenti REIT, dopo aver visto il modello di business che proponevano, declinai l’invito.

Certo, adesso abbiamo SOX per quello: ma, a parte il castello di carta e la barriera d’ingresso a chi non puo’ sostenerne i costi, davvero ha eliminato gli scandali finanziari?

Non mi sembra: SOX e’ del 2002 (https://en.wikipedia.org/wiki/Sarbanes%E2%80%93Oxley_Act), Madoff del 2008 (https://en.wikipedia.org/wiki/Bernard_Madoff).

Era meglio il Glass-Steagall Act di un settantennio prima (https://en.wikipedia.org/wiki/Glass%E2%80%93Steagall_legislation).

E, restando in politica ma in Italia, qualcuno si ricorda di come un partito “innovativo” venne a piu’ riprese richiamato perche’ non si faceva problemi, in nome dei suoi nobili liberali fini, a riciclare indirizzi email mai ricevuti, o ricevuti per altri scopi?

Ma consideriamo pure i “tempi moderni” (ovvero, dall’avvento non solo di Internet, ma di Internet mobile, che e’ la vera ragione dell’espansione dei social network online: il terminale online e’ con noi, non noi con lui come era invece con i PC da tavolo).

Francamente, la manipolazione, come ricordavo ieri a pranzo ad un amico, e’ nell’arsenale della politica e della finanza da sempre (pensate ai tulipani… https://en.wikipedia.org/wiki/Tulip_mania).

Recentemente leggevo un divertente libro su come insultavano i greci ed i romani.

Di nuovo, restano solo a dopo la Seconda Guerra Mondiale, credo che chiunque abbia visto quei divertenti (visti da oggi, allora un po’ meno) manifesti delle prime campagne elettorali della Repubblica Italiana.

Non si puo’ certo dire che lesinassero, in quanto a “fake news” su cosa avrebbero potuto fare l’una o l’altra parte.

Di cosa stiamo parlando quindi?

Certamente, di un problema di “tempi di risposta”.

Anche i (pochi) lettori dei quotidiani non riescono a “digerire” le notizie- e, francamente, mi sembra che anche i giornalisti qualche problema con la compressione del tempo lo abbiano.

Prima, una notizia improbabile poteva esser discussa per settimane, ma si digeriva almeno per un giorno; adesso, ogni pochi minuti ci possono esser aggiornamenti (veri o falsi, boh).

Se guardate la mia biblioteca online (http://www.librarything.com/profile/aleph123), potete vedere diversi libri pubblicati negli ultimi decenni che parlano di questo tema.

E non e’ di molti anni fa una ricerca su come, in molti casi, i comunicati stampa delle aziende ormai diventavano notizie senza alcun intervento critico- effetto dei tagli (i corrispondenti dipendenti di testate sono una specie in via di estinzione), e dell’incremento della foliazione?

Vi ricordate i “pool embedded” durante gli ultimi conflitti? Esiste un confine oggettivo tra le fake news (incluse le mezze verita’ che permettono di percepire altro) e la “selettivita’ delle informazioni per evitare di influire su indagini od operazioni in corso”?

Da bambino ricordo di aver letto un libro di Paolo Murialdi, “Come si legge un giornale”, del 1975, con lo stesso obiettivo con cui, anni dopo, acquistai e lessi “Come si legge il Sole 24 Ore”.

Non ricordo se lo lessi alla fine delle elementari o quando ero gia’ alle medie, ma ricordo come usasse notizie vere per discutere degli aspetti relativi alla comunicazione, ambiguita’, e trasparenza.

Altro elemento nel titolo “condivisione dei rischi e dei benefici”.

Ringrazio il Codacons per essersi offerto di fare una “class action” a nome dei 30 milioni di utenti Facebook, ma non partecipo.

Se altri vogliono, facciano pure- ma lo troverei altrettanto maturo quanto la scelta di chi nel Regno Unito porto’ in tribunale McDonalds credo per una torta di mele troppo calda.

In quel caso, giustamente venne fatto rimarcare che forse altrove funziona, ma in persone adulte in generale un minimo di spirito critico e razionalita’ non dovrebbe mancare: se e’ bollente, aspetti.

Ora, ieri casualmente a pranzo, richiesto di commentare, mi trovavo a dire quello che poi ho trovato in alcuni articoli di giornale- ovvero, i possibili “passi” della “manipolazione”.

Mah, francamente, se partecipo ad un gioco che mi chiede di rispondere a domande che servono a profilare, io mi diverto a farlo proprio per vedere poi l’effetto che fa sul “filtro” di Facebook, quando chi ha pubblicato il “giochino” mette in linea materiale simile.

Certo che se rispondo a N+1 quiz, poi non posso lamentarmi se mi vengono proposti altri link su temi associati.

Diverso e’ invece se ho partecipato ai quiz, e poi i dati vengono utilizzati in altro modo da chi ha allestito il quiz, per creare quello che personalmente considero un “effetto tunnel” insito in qualunque sistema automatico selettivo.

Mi si dira’ che e’ figlio della mia antiquata percezione dell’Intelligenza Artificiale, legata ai sistemi esperti degli anni Ottanta-Novanta: le regole iniziali influenzavano poi i “ragionamenti” successivi- crea regole iniziali deboli o ambigue, e ne paghi le conseguenze dopo.

Ma anche con il moderno machine learning la “contestualizzazione dell’apprendimento” non e’ mai neutrale.

Scherzando ma non troppo, dicevo ieri che non vorrei avere a che fare con machine learning figlio di un apprendimento durante il regime nazista- probabilmente, cio’ che “impararebbe e suggerirebbe” su cosa sia normale, non sarebbe accettabile.

Per quanto mi riguarda, se proprio si vuol fare qualcosa, resto sempre dell’idea che la soluzione migliore sia quella di aumentare lo spirito critico dei partecipanti, non guardare indietro per ingessare il futuro in base all’esperienza passata.

Come diceva giustamente il mio amico e collega con cui ero a pranzo ieri, e’ questione di sviluppare anticorpi.

E sviluppare anticorpi non e’ possibile se si vive in una camera sterilizzata ed isolati dalla realta’.

Francamente, per me e’ forse meglio togliere del tutto il filtro.

Anche perche’ e’ divertente come, recentemente, Facebook mi abbia indicato come “spam” articoli di quotidiani “seri”- accettando invece tranquillamente articoli notoriamente satirici e, quindi, fake (p.es. da “Onion”- che poi alcuni li commentino come se fossero veri, beh, e’ come al bar).

Condivisione dei rischi e dei benefici: se io ed altri siamo su Facebook, spero sia per nostra scelta.

Se mi mandano al quadro di controllo di una centrale nucleare, non mi metto a schiacciar pulsanti a caso.

Personalmente, probabilmente, dopo aver provato a dire che non sono un ingegnere nucleare e che forse c’e’ un errore, prima di tutto chiederei da chi mi sia possibile imparare prima di iniziare di fare il pianista con i controlli.

Su Facebook, ci sono tanti fanfaroni.

Ma mica siamo obbligati a seguirli, o ad agire come se fossero un nuovo Messia e noi fossimo gli Apostoli.

Nella vita reale, se vi trovate il fanfarone da bar, cosa fate? Mettete un piantone davanti al bar per far un test di competenza agli avventori ed evitare che siano fuorviati dal fanfarone?

Se fosse seguito questo metodo, penso che resterebbero ben pochi bar aperti, in Italia…

Lavoro in informatica ufficialmente dal 1986 (in realta’ da prima), anche se vengo da altri ambiti (di cui ho continuato ad occuparmi per altri motivi).

Ma in questi casi, uso il “noi informatici”, una chiamata di co-responsabilita’.

Noi informatici, ingegneri del software, ingegneri gestionali, ecc. abbiamo un vizio di fondo: ad ogni problema, corrisponde un programma che lo risolve- e con l’intelligenza artificiale ed il machine learning ormai “di moda”, ci lanciamo talvolta nella costruzione di cattedrali le cui fondamenta poggiano sulla sabbia che, scuotendoci, si sente andare a spasso nei nostri cervelli…

L’attuale crisi puo’ esser utile se associata alla mutazione sociale, organizzativa, e prima di tutto culturale che dovremo intraprendere per la nostra prossima societa’ di co-operazione tra macchine ed esseri umani (o tra esseri umani e macchine, fate voi).

Se negli anni Ottanta “cibernetico” diventava l’inserire protesi elettroniche in esseri umani, forse nel futuro prossimo sara’ piu’ comune “dare a Cesare quello che e’ di Cesare”.

E cio’ che ci distingue dalle macchine puo’ esser solo rafforzato se si lavora per accrescere la capacita’ di imparare, ripensare, rivalutare- uno spirito scientifico  ma legato al nostro esser umani: altrimenti, si diventa dei Mengele.

E, in quello, le macchine son piu’ dotate di noi (anche se alcuni esseri umani, nella loro “oggettivita’ selettiva”, non son da meno).

Come vedete, sono moderatamente ottimista sul futuro- ma, per parafrasare il co-fondatore di Paypal, perche’ ho un’idea di quello che vorrei vedere, non per un atteggiamento di fatalistica attesa.

Magari tra qualche giorno la “tempesta social network” si plachera’.

Ma il mio timore e’ altro: le manipolazioni sono sempre esistite e sempre esisteranno- fan parte della realta’ degli esseri umani, non siamo divinita’ imparziali (per citare alcuni critici passati dei sistemi elettorali democratici basati sulle candidature e non sulla sorte).

Ed e’ naturale che, in ogni fase di transizione, vi sia una resistenza intrinseca non solo di chi ha da perdere (e’ naturale, attesa e gestita, tale resistenza al cambiamento), ma di chi non capisce.

La mancanza di comprensione e la paura di esser non adeguati a quanto richiesto dai nuovi tempi, entrambi figli dell’ignoranza, sono i pericoli peggiori.

E lo sono ancor di piu’ quando, come oggi, chi ha l’ascolto di chi puo’ legiferare, rientra nella categoria di chi e’, in realta’, tra quelli che ignorano- percepiscono solo che il loro ruolo diventa piu’ “diffuso” o viene intaccato, e reagiscono di conseguenza.

In questo caso, credo che in realta’ l’errore sia da parte sia di noi informatici (inclusi quelli che informatica vivono, i figli di Silicon Valley, ecc), sia da parte degli utilizzatori che non intervengono nel dibattito- se non “al traino” di altri.

Per scelta, sperimento sempre nuovi mezzi comunicazione e di lavoro (p.es. utilizzo su un portatile i pagamenti elettronici fin da prima di Internet- nella mia banca, ero stato il primo a provarci, negli anni Novanta).

Se vogliamo evitare che il “casus belli” Cambridge Analytics diventi il cavallo di Troia della restaurazione pre-Internet, una nuova Waterloo, dobbiamo tenere il dibattito aperto.

Perche’ in realta’ il “far west”, come lo chiamano oggi su “Il Sole 24 Ore”, e’ intrinseco nel nostro modello di sviluppo da quanto e’ iniziata la prima Rivoluzione Industriale- semplicemente, ogni tanto ha bisogno di “messe a punto” (come le normative antitrust).

La vera differenza adesso e’ che i giganti dell’online non hanno asset fisici tali da renderli soggetti ai vecchi mezzi coercitivi utilizzati nelle precedenti fasi di “messa a punto”.

Come dicevo scherzando ma non troppo ieri a pranzo, gia’ quando abitavo a Bruxelles un decennio fa per divertimento ero andato a guardare alcuni brevetti che aveva Google.

Dalla generazione di elettricita’ da onde marine, alla realizzazione di isole artificiali che farebbero impallidire il vecchio modello adottato da Sealand.

Ed in tempi recenti, non Google ma altri hanno sviluppato anche quanto servirebbe come sistemi difensivi (avete pensato che i nostri mezzi offensivi sono tutti vincolati dall’elettronica? E quindi quello costituisce il loro tallone d’Achille, da EMP ad intrusioni?).

Quindi, nulla vieterebbe costituire uno stato “offshore” in acque internazionali.

Tanto, sia Facebook sia Google potrebbero andar avanti senza mezzi materiali.

Mentre ero a Bruxelles, scherzando ma non troppo, suggerivo che, di fronte ad una tale ipotesi, prima o poi tutte le nazioni “tradizionali” potrebbero arrivare al punto di decidere di trasformare Google and Co. in un “common”, magari trasferito ad una nuova ITU o ad una nuova agenzia ONU.

Tornando con i piedi per terra: probabilmente la via d’uscita e’ provare a pensare a quali dovrebbero essere gli obiettivi di una nuova versione degli “aggiustamenti” del XIX e XX secolo.

Ma andando oltre i vecchi modelli, e considerando anche che, forse, i punti deboli del nostro sistema reputazionale (perche’ di questo si tratta) dovrebbero esser affrontati non con un modello di assegnazione punteggi, ma con un mix di iniziative che prevedano, p.es. non solo che Internet diventi un diritto fondamentale dei cittadini (come gia’ fatto in alcuni paesi), ma che l’esercizio di tale diritto comporti alcuni pre-requisiti.

Diamo pure ad ogni cittadino gli strumenti “virali”, ma diamo loro anche gli “anticorpi” per sostenere il proprio individuale sistema immunitario ed adattarsi alle future evoluzioni.

Occupandomi di gestione del cambiamento da qualche decennio, personalmente preferirei un solo “big bang” (tutto insieme), seguito poi da un continuo rinnovarsi, non un salto di crisi in crisi.

Perche’, come dimostrato in Europa in questi ultimi decenni, passar di crisi in crisi va bene per velocizzare le riforme, ma, essendo con l’acqua alla gola ogni volta, il rischio e’ di creare in fretta qualcosa che poi si rivela insostenibile.

E piu’ spesso questo si verifica, meno si ha la “reputazione” di cui si parlava sopra.

Restando da noi: l’Unione Europea non soffre adesso di gigantismo o senilita’, ma di una crisi di credibilita’ nei confronti dei cittadini.

Rischiamo di fare come Stati Uniti d’America: andiamo in giro a “vendere” democrazia e diritti umani, ma poi, quando dobbiamo cambiare, ogni volta si fa una fuga in avanti senza controllo democratico, essenzialmente perche’ non si e’ “perso tempo” a creare una coscienza democratica, e non ci si fida della capacita’ critica dei cittadini di scegliere tra piu’ opportunita’.

Non facciamo lo stesso errore con gli “stati virtuali” (come nei fatti sono Google e Facebook).