Cominciamo dalla fine- provate a dare uno sguardo ad una raccolta di articoli recenti sull’argomento “euro sì/euro no” assemblata da “Il Sole 24 Ore”: http://www.ilsole24ore.com/dossier/commenti-e-idee/2017/alla-luce-del-sole/index.shtml

Come buona prassi anglosassone che noi italiani faremmo bene, tra le varie stupidaggini che imitiamo, a render  parte del nostro costume, una breve disclosure.

Non credo che il dibattito sia “Euro sì / Euro no”.

Personalmente, ritengo che vi siano fondalmentalmente 5 “cluster” a cui siano riconducibili le reazioni soggettive all’Euro (scusate gli anglicismi):

1. Euro-No: eurofobici, gli zeloti dell’Itexit- il loro mantra è “qualunque cosa succeda, meglio che restar nell’Euro- fuori è un paradiso in cui saremo finalmente liberi dall’ingessatura che ha eliminato la competitività dell’Italia”

2. Euro Ni: euroscettici, ovvero, chi dice sì, ma con una serie interminabile di “lacrime, sudore, sangue e comunque la maggior parte perde”- che più che un “sì”, è un “no” mascherato

3. Euro boh: cerchiobottisti, seguono l’onda, un giorno a favore, un giorno contro- vecchia nostra tradizione dalla fine dell’Impero Romano, per consentirci di sopravvivere chiunque fosse ad aver il controllo della Penisola

4 Euro So: eurotiepidi, è un sì qualificato, più simile ad un “ci siamo, cerchiamo di farlo funzionare meglio”

5 Euro Sì: eurofili, gli zeloti dell’Itstay- fuori dall’Euro c’è il deserto.

Non è una sorpresa che io mi identifichi nella categoria 4, anche perché ad inizio anni Novanta vissi sulla mia pelle cosa voleva dire avere la liretta in caduta libera per scarsa credibilità, e trovarsi invece a dover lavorare/vivere in valuta forte (per la precisione: ferie all’estero e fidanzamento in Germania, ovviamente all’apice della crisi, e poi nella fase di recupero studi all’estero).

Fine disclosure.

Cosa significa esser pagato in una valuta debole e dover vivere con una valuta forte? In sei mesi passai da comprare il Marco tedesco a 720 lire, a pagarlo oltre 1200.

Non fate caso alle statistiche: spesso fan riferimento ai cambi e tassi ufficiali o interbancari, ma se siete consumatori, non vi applicheranno certo quello che una volta si chiamava tasso FIAT o il cambio ufficiale (scusate l’auto-citazione, ma in italiano: http://www.robertolofaro.com/portal/dirittodivoto-com-section/diritto-di-voto/132-lies,-damned-lies,-and-statistics)

Ogni tanto partecipo anche ad eventi rappresentativi della posizione 2 (Eurotiepidi con una dose di 1 Eurofili), ma, francamente, preferisco partecipare ad eventi sulla posizione5 (Eurofobici con una dose di 4 Euroscettici).

Perché ritengo che solo il confronto con idee diverse dalle proprie metta in luce i punti di forza/debolezza della propria analisi, e comprendere le motivazioni di chi la pensa diversamente.

Talvolta si scopre che le proprie opinioni vanno cambiate, talvolta si esce rafforzati nelle proprie scelte, ma sempre e comunque arricchiti dal confronto.

Noi italiani invece purtroppo oscilliamo tra l’iper-partigianeria (andiamo solo a sentire chi la pensa come noi) e quello che in inglese si chiama “bandwagon effect” (effetto assalto alla diligenza, che da noi tradurremmo con un più mite “si sale sempre sul carro del vincitore”).

Tendenzialmente, il partito unico (temporaneo) è sempre dietro l’angolo.

In parte la mia scelta è caratteriale, in parte approccio derivato dal trovarmi spesso, dall’inizio anni Ottanta (prima per attività politiche sia in ambito federalista sia più a sinistra) a ricoprire il ruolo del “riformista”, che implica fare anche l’avvocato del diavolo.

Perché una riforma non è una tavola della legge discesa dal Monte Sinai, ed un riformista non è Mosé, ma più prosaicamente è una dichiarazione di intenti sulla quale appoggiare un lungo percorso cambiamento non solo organizzativo, ma anche culturale.

Sarà anche per questo che poi da inizio anni Novanta mi trovai bene quando mi venne spesso chiesto di dedicarmi al cambiamento culturale, organizzativo e tecnologico come attività professionale, in diversi settori.

E, fedele alla mia posizione 4, personalmente ritengo che l’Euro-permanenza dell’Italia sia una scelta razionale che va temperata da riforme non solo in Italia, ma nei meccanismi decisionali complessivi dell’Unione Europea.

Pausa di riflessione semiseria: guardate questo cartone animato - https://www.youtube.com/watch?v=XkInkNMpI1Q

Perché razionale? Perché, come dal 2007 ho condiviso online in inglese, ed a voce a Bruxelles, Parigi, Londra, Roma, Milano, Torino, magari è vero che rientrare nel precursore dell’Euro a 990 fu una scelta sub-ottimale (avrebbe avuto più senso a 1050-1100, per riflettere la “situazione sul terreno” http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-05/settembre-1992-lira-sommersa-221921.shtml?uuid=AbWU76YG).

Ma è anche vero che sono vent’anni in cui noi italiani facciamo un autodafé continuo.

A metà anni Duemila, quando tra le altre cose supportavo startup in Italia su Business e Marketing Planning, ho perso il conto di quanti mi raccontarono (in vari settori considerati “di eccellenza” per l’Italia, al Nord come al Sud) di loro colleghi che, pensando di fare i furbi (ridurre i costi e mantenere i prezzi e, con lavorazioni finali, il “made in Italy”), avevano esternalizzato in Cina o Nordafrica interi processi produttivi, solo per poi ritrovarsi che, come gli Stati Uniti nel XIX secolo, magari gli “ingenui ma economici” non erano né l’uno, né l’altro.

Ed erano perfettamente in grado di osservare processi, ripensarli, innovarli, disegnarli senza i lacci e lacciuoli della “tradizione” (culturale ed organizzativa, prima che produttiva e tecnologica), usufruire delle ultime innovazioni e... inondare il mercato ad una frazione dei loro costi.

Tra l’altro “esternalizzare in Cina ed in Nordafrica” è anche un concetto obsoleto: in realtà già ad inizio anni Duemila parte dei processi e distretti sul territorio italiano sono stati in realtà trasferiti a chi, in provenienza da quelle aree, è in grado di fornire in Italia costi simili (pensate al tessile ed ai servizi correlati- non solo a Prato o Napoli, ma anche a Roma e Torino, quante micro-fabbriche e “sweatshops”?).

Lasciamo perdere il feticcio della nostra supposta “eccellenza nella qualità”: sono abbastanza vecchio da ricordare quando mi dicevano che i prodotti elettronici giapponesi erano imitazioni a basso costo, solo di minori dimensioni, per poi passare in pochi anni a dire che erano innovativi e con un miglior rapporto prezzo/prestazioni, e vedere scomparire radio e televisori italiani dagli scaffali.

La qualità è un processo di miglioramento sia interno sia in termini di miglioramento del livello di competitività, non un punto di arrivo.

E negli ultimi due decenni sono pochi i fronti sui quali le “eccellenze” italiane non hanno distrutto la propria “filiera dell’innovazione”.

Leggo e sento troppe voci che insistono su un qualcosa che sembra il solito “ah, i bei tempi andati”: come se con un tratto di penna il debito pubblico e privato si potesse redenominare in lire, e con una svalutazione competitiva si potessero abbattere i costi.

Dimenticando che l’integrazione nel commercio globale ha aumentato quello che la mancanza di materie prime aveva già creato: la dipendenza da produttori esteri.

Anche grazie ad alcuni trasferimenti all’estero di attività produttive che in realtà sono sotto la stessa proprietà: guardate quanti investimenti con base Lussemburgo in Italia.

Partiamo dalla realtà: inutile che ci si confronti con Francia o Germania- non riusciamo a “fare sistema”.

Ci riusciamo solo in caso di emergenze (p.es. adesso per attirare su Milano e dintorni l’agenzia per il farmaco che dovrà lasciare Londra), ma i commenti che ricevevo quando vivevo all’estero erano sempre gli stessi: sì, fate sempre il miracolo, ma dopo?

Francamente, non solo all’estero: anche in Italia, da Torino a Roma a Milano ad altre città il dubbio era sempre lo stesso: che si riesca a mantenere la coesione anche nella gestione ordinaria.

L’eurofobia spesso è solo la nostra foglia di fico per trovare un “nemico altro” contro cui fare coesione- una chiamata irrazionale alle armi contro un nemico immaginario, che regge solo sino a che arrivano offerte migliori (guardate quanti “campioni del capitalismo nazionale” han venduto ad aziende non italiane).

Ma anche l’eurofilia del “abbiamo fatto tutto senza alcun errore e gestito al meglio” è tradita da contese che andran bene nel campionato di calcio, ma la politica economica non si sviluppa in segmenti di 45 minuti e, di nuovo, arrivare stremati alla meta non è il modo migliore per passare alla tappa successiva.

Gli eurofobici cercano di tornare alla svalutazione competitiva come cura per tutti i mali strutturali del nostro Paese, cercando di imitare decenni dopo quello che altri han già fatto, p.es. la Germania “saltando” i vincoli, dicendo che doveva integrare l’ex-DDR.

E gli eurofili talvolta si saldano con chi chiede la richiesta di mutualizzare il debito pubblico, come in parte sta succedendo con il Quantitative Easing, come se fosse possibile, di nuovo, sostituire una politica di lungo respiro che richieda il cambiamento con una serie di “rabbocchi”.

Per quanto mi riguarda, trovo paradossale che l’incapacità di coesione politica strutturale a livello dell’Unione Europea abbia avuto come “stampella ad interim” la Banca Centrale Europea.

Ma anche provvidenziale: senza il “whatever it takes” forse saremmo a contare gli “-exit”, non a discutere di Brexit (e, per alcuni, non solo in Italia, sponsorizzare l’Itexit), ed avremmo due-tre Unioni Europee, non una.

L’Italia è paese di avvocati e di economisti, a quanto sembra.

Pur pagando il canone per un disguido (sembra che non abbiano mai ricevuto la prima richiesta di esenzione), non ho un televisore e guardo la televisione (anche via Internet) solo in albergo o quando sono ospite “fuori casa” (inclusi pub ecc). E non ne sento la mancanza.

Comunque, spesso mi arrivano tramite YouTube echi della quantità di opinion makers, economisti, giornalisti che diventano leader politici (o aspiranti tali): tutti a prospettare soluzioni francamente meramente contabili.

Seguendo due recenti libri, oscilliamo tra “La Repubblica dei brocchi: il declino della classe dirigente italiana” (https://www.librarything.com/work/19062305/book/140084807) e “La democrazia dei talk show” (https://www.librarything.com/work/17520507/book/128658667).

Non è che se sposto 10 miliardi da A a B improvvisamente converto il settore A nel settore B.

Al massimo, è politica economica pre-elettorale: ma troverò sicuramente qualche economista che mi supporta nel dimostrare dottamente come sia “la” soluzione.

Tanto, mica deve implementarla lui, e se fallisce potrà sempre addurre qualunque ragione, dall’inerzia della nostra burocrazia (un po’ come sparare sulla Croce Rossa), alla congiunzione astrale, alla Perfida Albione o Cancelliera o Troika.

Incidentalmente: la burocrazia di Stato italiana la trovo eccessivamente cerchiobottista per poter svolgere un ruolo alla “civil servant”, ma diversamente da molti italiani di oggi non ne considero i componenti necessariamente inetti o parassiti- avete presente la quantità di norme fatte con il bilancino che devono esser sincronizzate? Intendo dire: sincronizzate in continuazione.

“Repubblica” dovrebbe significare qualcosa- ma se le leggi sono fatte in modo caotico e confuso, per non scontentare nessuno, tradurle poi in prassi amministrativa è una fatica di Sisifo.

Personalmente, non ho ancora trovato nessuno che mi fornisca ragioni razionali per lasciare l’Euro, qualcuno che offra politiche razionali (inteso: con un piano di attuazione credibile) di conversione della nostra economia dopo aver adottato la “neo-Lira”.

E’ un paradosso che, forse, un contributo utile a capire gli effetti collaterali di quella che in effetti sarebbe una deriva protezionistica italiana possa arrivare da un recente articolo su Foreign Affairs relativo alla... possibile evoluzione della politica fiscale sotto l’amministrazione Trump: https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-05-24/tale-two-tax-plans

Perché ammettiamolo: nessuno si aspetta che una eventuale uscita dell’Italia dall’Euro (e quindi, in base ai trattati, nei fatti dall’Unione Europea) presupponga un’autarchia ed una concentrazione solo sul mercato interno- tutti puntano al rilancio della competitività per aumentare le esportazioni.

Dimenticando che il costo dell’energia in Italia è più alto che in altri paesi dell’Unione Europea, le infrastrutture sono in sofferenza, le materie prime e l’energia le importiamo, come pure importiamo (talvolta da aziende italiane all’estero- ed in tutti i settori) i componenti e sottoprodotti utilizzati dalle nostre azienda di punta- da quanto serve per una turbina, ai capi di abbigliamento (no, non i tessuti- i capi interi prodotti da “maquilladoras” in Nordafrica e poi “completati” in Italia)

Inoltre, la moltiplicazione dei centri decisionali derivata dagli interventi sul Titolo V della Costituzione http://www.governo.it/costituzione-italiana/parte-seconda-ordinamento-della-repubblica/titolo-v-le-regionile-province-e-i ha creato scenari ancora in evoluzione e che mal si coniugano con quello che servirebbe: una visibilità a medio-lungo termine (diciamo almeno due legislature?).

Riusciamo anche a fare i giocolieri con le leggi elettorali: annunciate come accordo fatto siglato firmato nel fine settimana, in pochi giorni evaporano.

E vorremmo che ci prendessero sul serio?

Per buona misura: come dimostrato negli ultimi vent’anni, se l’Italia sì è deindustrializzata per vari motivi, gli altri paesi dell’Unione Europea non ci hanno seguito- anzi, hanno sviluppato infrastrutture, cambiato il proprio mercato del lavoro, ed introdotto riforme per aumentare la propria competitività.

I dibattiti emotivi e non razionali sono figli anche della scarsa volontà di partecipazione informata: non è che votando uno che si dice “nuovo” e promette di o rottamare i suoi predecessori (Renzi) o rottamare l’intero sistema (Grillo) o far “qualcosa” (Salvini) si ottiene il cambiamento.

Abbiamo ancora nuovi aspiranti leader che usano ridicoli mezzi da Prima Repubblica, come la comparsata della Meloni a Torino in questi giorni (per riaffermare il suo ruolo come leader “law&order” del centro-destra? http://www.torinoggi.it/2017/06/22/leggi-notizia/argomenti/politica-11/articolo/domani-giorgia-meloni-in-visita-al-reparto-mobile-della-polizia-a-torino.html - di un’opportunismo senza limiti).

Se Salvini e Meloni sono il livello massimo di espressione politica che il centro-destra riesce ad esprimere, speriamo che Berlusconi viva cent’anni, visto che in Italia nessuno ha tempo o voglia di pensare a cosa faranno dopo le elezioni- solo di cambiare.

Di nuovo: non lo ho mai votato, ma lui capisce meglio l’elettorato di quelli che lo circondano, sinora, ed è più facile che riforme strutturate si facciano con lui, che con quelli che cercano di sostituirlo, troppo presi a far la ruota del pavone per posizionarsi come leader energici ed aperti al futuro, per presentare proposte credibili.

Meglio tre poli che un partito unico...

Francamente, il livello del dibattito politico (non solo sui temi europei) è sempre più vicino a quello dei “verdi contro gli azzurri” della rivolta di Nika a Bisanzio: fuori dai limiti, fuori dal contesto, fuori dal mondo- ed inutile (https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_di_Nika).

Non ho ancora capito chi sia Giustiniano e chi Teodora, ma abbiamo tanti candidati al ruolo di Belisario (per il momento si circondan di mercenari, a far i generali ci penseranno dopo).

Che si resti nell’Euro, o che si esca dall’Euro e dall’Unione Europea, il cammino richiede una coesione ed un piano per il cambiamento del Paese che trascenda le “piccole beghe di bottega” a breve termine.

Sarà anche una posizione da 2% alle elezioni, ma l’alternativa è quello di continuare ad andare in avvitamento e vendere all’interno come successo qualcosa che, se comparato con quanto succede nel nostro “circondario”, è più simile alla stasi.

Perché se continuiamo ad avere avanzo primario senza intaccare il debito ed instabilità politica accompagnata da mancanza di coesione su obiettivi di riconversione economica a lungo termine, è più facile che si continui a vedere cordate “straniere” (che talvolta mi sembrano esserlo solo di nome) comprare il futuro a prezzi di saldo.

Dall’infrastruttura critica nazionale (reti, ecc), alle aziende e proprietà intellettuale.

Infrastruttura e proprietà intellettuale che spesso sono state realizzate anche grazie agli investimenti sovvenzionati da chi le tasse le paga.

Salvo poi, se il debito pubblico diventasse “junk” (siamo ad un gradino), tirarsi dietro il rating del resto del Paese, imporre una sonora sforbiciata al potere d’acquisto dei salari, render i debiti contratti in Euro dai privati insostenibili (come avvenne pochi anni fa in Ungheria- “voice from the top” http://abouthungary.hu/issues/how-hungary-eliminated-foreign-exchange-loans-and-averted-a-crisis/ “reality check” https://www.ft.com/content/881fb470-2d5a-11e6-a18d-a96ab29e3c95?mhq5j=e2), tranne per quelle imprese che abbiano trasferito la propria sede in altri paesi dell’area Euro “forti”, e quindi possano continuare ad operare in Euro.

In tal caso sì che lo scenario che già dieci anni fa mi indicavano come essere prassi in diversi settori (a differenza di quelli del tipo 2 della tabella sopra, che ritengono che sia solo un rischio) diventerebbe una realtà diffusa.

Ma, francamente, già ad inizio anni Duemila nel settore IT potevo dire al mio partner svizzero che, invece di rivolgersi in Asia per risorse umane, aveva senso fare “near shoring” ed utilizzare le risorse a basso costo (rispetto agli altri paesi europei) disponibili in Italia dopo la “sbornia” di quello che allora si chiamava Y2K (il passaggio all’anno duemila sui computer, in cui trasformarono in programmatore chiunque riuscisse non ad usare, ma a trovare una tastiera).

D’altro canto, siamo tutti complici: se paghiamo 1 EUR quello che pochi anni fa pagavamo 10mila lire (più o meno 5 EUR), non è un caso...

Pragmatismo: abbiamo una quota non indifferente del nostro debito pubblico e privato in Euro ed esposto verso l’estero, vediamo di farlo funzionare e non disperdere risorse.

Poi, una volta cambiata la cultura degli italiani, allora potremo cercare di vedere se restare o uscire.

Ma per ora, il beneficio principale che possiamo ottenere è cambiare prassi che non sono più sostenibili nel XXI secolo, e aumentare quella che in inglese si chiama “resilience” della nostra cultura ed economia.

Guardate qui https://en.wikipedia.org/wiki/Resilience i tre aspetti: dell’ecosistema (anche politico e sociale), delle organizzazioni, e come capacità individuale (anche dell’ “individuo-massa”).

Che, a ben guardare, fu per secoli il tratto distintivo delle nostre élites, quando eravamo divisi ed esportavamo... diplomatici: se non eravamo capaci di adattarci noi, chi lo era?