Questo post potrebbe sembrare una digressione dal “target” di questo sito- ma è una digressione solo apparente.

In realtà, il Salone del Libro di Torino è stato, quest’anno più di altri, un’occasione per immergersi tra i libri- certamente; vedere libri che difficilmente si trovano in libreria- ovviamente.

Ma, soprattutto, un’occasione per sentire e seguire una serie inesauribile di conferenze e scambi di idee, con valenza (per me) social, politica, imprenditoriale.

No, non economica: imprenditoriale- perché in Italia abbiam trasformato il senso imprenditoriale che esisteva già nell’antica Roma come nella Firenze dei banchieri, trasformato in una visione a cortissimo termine.

Io ho partecipato solo da venerdì pomeriggio sino a domenica sera, con una breve puntata alla fine di questo pomeriggio per seguire due presentazioni di libri e fare un ultimo giro di “raccolta carta”.

In realtà, questa apparente digressione si sviluppa in due parti- una in questo articolo, incentrato sui libri che mi han seguito a casa (pagati o regalati poco importa), ed una nel prossimo fine settimana, per condividere impressioni sulle conferenze che ho seguito.

Diciamolo chiaramente: quando mi preparai a tornare in Italia ad inizio anni Duemila, le tessere del mosaico erano già tutte sul mio CV (quello vero, non quello “pro forma” e ridotto che, per non spaventare i clienti o renderli scettici, mi chiedevano di preparare di volta in volta)- politica, banca, automotive, retail, logistica, outsourcing, start-up, cambiamento culturale ed organizzativo con e senza tecnologie, negoziati commerciali, gestione di crisi.

Scampoli di esperienza diretta raccolti in giro per l’Italia e l’Europa, rinforzati da abbondanti dosi di letture, rese indispensabili dalla allora (anni Ottanta) giovane età che rendeva indispensabile esser in grado almeno di capire di cosa mi parlassero persone che erano a “miccia corta” (artiglieria): più in alto salivi, più i quaquaraqua (per dirla con Sciascia) che parlano parlano parlano per non dire “non lo so” o “non ho capito” fan perdere le staffe.

Soluzione: prepararsi ad ogni missione chini sui libri il più in fretta possibile, magari sentendo anche chi ha già lavorato in quel settore (in Andersen c’era una libreria sui progetti inesauribile), e poi ascoltare prima di parlare, ma senza aver paura di provare a saltare in avanti- tanto, lo sforzo era premiato dal continuo ampliare della conoscenza ed esperienza che veniva trasferiti a ritmo sempre più accelerato dai miei interlocutori.

Gli errori si rettificano, e tramite gli errori si impara quando un rischio può esser preso, e quando invece si stanno sprecando tempo e risorse per assorbire un rischio che si può tranquillamente lasciare ad altri.

La nostra attuale inclinazione al “successo immediato” rende il pubblico professionale italiano fortemente esposto al rischio di cadere nelle trappole di quelle che un amico online ha citato come “survivor bias”.

Ovvero: chi malgrado tutto riesce ad ottenere risultati oltre le aspettative, e, dopo il primo successo, invece di cercarne altri, si mette a condividere “le ragioni del proprio successo” (ovviamente, non gratuitamente).

Peccato che, per uno che casualmente o meno ci riesca, cento o mille debbano fallire.

E solo quello che ci è riuscito condivide le proprie “lezioni apprese” come se avessero valore universale, e non fossero in realtà la razionalizzazione dei soli lati positivi.

Quindi, come dicevo sempre anche quando mi pagavano, tra le varie cose, per formazione o coaching manageriale- considerate sempre il contesto in cui qualcosa si è verificato.

E se abbia senso o sia desiderabile ripetere quello che aveva senso cinque, dieci, venti anni fa- in condizioni di mercato completamente diverse.

La trasmissione delle idee può avvenire per “osmosi antropica” (no, non prendendosi per mano- ma condividendo lo stesso spazio d’azione con altre persone per un tempo adeguatamente lungo), senza formalmente seguire corsi, oppure tramite materiale formale (dai corsi ai webinar), o ancora mediante eventi continuati e strutturati che mescolano entrambi gli elementi.

Ovvero: dai brevi workshop, ai seminari o stage, al coaching continuato per obiettivo da raggiungere prima di poter passare al successivo livello

Sì, parte di quella che oggi si chiama “gamification” ed una volta era parte dell’apprendistato- ricevere compiti con margini di manovra sempre più ampi, iniziando dal semplice e ripetibile.

Oppure la trasmissione delle idee può essere “mediata” da materiale pubblicato, ma senza accesso diretto alla fonte, p.es. i libri, le epigrafi, monumenti, ecc: senza andare alla Colonna Traiana, in fondo qualunque edificio con statue, affreschi, arazzi, ecc è nei fatti un libro che può esser letto da più lettori.

Ed anche osservare il posteggio di un edificio pubblico può farne comprendere le logiche di gestione.

Venendo ai libri, il mio interesse era vedere cosa ci sia in giro, al di là del poco che si vede nelle librerie sopravvissute a Torino in centro alla conversione in bar, ristoranti, negozi di abbigliamento.

E scegliere libri che possano supportare o i miei studi, o attività correnti/future/passate sul cambiamento (settore pubblico o privato o multinazionale poco importa), o un mix dei due.

Tralasciando alcuni libri B1 e B1/B2 in tedesco commentati in tedesco con esercizi, audio, ecc, ed un libro che in realtà avevo visto in scena prima di comprarne, anni fa, una copia (“Art” di Yasmina Reza), parlare degli altri libri è, in un certo senso, introdurre il prossimo articolo.

Partiamo a caso, da un libro di cui ho visto la presentazione nel week-end (Marco Damilano “processo al nuovo” https://www.librarything.com/work/19592913/book/141689085), in cui l’autore passa in rassegna come l’ansia del nuovo abbia “bruciato” più volte negli ultimi decenni in Italia tentativi di costituire una nuova classe dirigente, dandoci invece effimeri leader senza seguito “strutturale”, ma solo personalistico.

E, come per i cantanti, anche il politico iper-personalistico (senza andare ai vari Mussolini, Hitler, Stalin) se non ha un seguito reale può cavalcare l’onda- ma è quando cade che si vede quanto quel seguito fosse reale- i capi carismatici spesso quando cadono diventano mostri da esorcizzare (in Italia, basta citare Piazzale Loreto nel 1945).

Ma forse ha senso riguardare il nostro passato, visto che in Italia siamo convinti di esser un paese strutturalmente industrializzato, e tale convinzione appanna la vista della nostra classe dirigente, che si aspetta che con pochi accorgimenti il “sistema Italia” riparta.

Innanzitutto, “sistema Italia” potrà andar bene come slogan per eventi durante l’Expo2015, ma ha poco significato nella realtà.

Recentemente un articolo su “Il Sole 24 Ore” diceva che forse dovremmo considerare la fase “industrializzata” dell’Italia come una fase transitoria in un paese che è strutturalmente orientato alla produzione agricola ed artigianale, anche a causa dell’incapacità di creare sviluppo organizzativo sostenibile- ovvero, che non dipenda dalla benevolenza o coercizione esterna per raggiungere dimensioni rilevanti, e sia in grado di crescere anche in territori più competitivi.

Potrei esser leggermente più ottimista: se digitalizzassimo l’Italia, nel XXI secolo l’Italia delle migliaia di campanili potrebbe utilizzare la flessibilità del Manufacturing 4.0 per creare mille focolai di crescita, non una nuova IRI.

E basta andare al passato, guardando i dati e non le celebrazioni neo-romantiche, per vedere come fosse strutturalmente il Paese nel momento di massima emigrazione (Francesca Fauri, “Storia economica delle migrazioni italiane” https://www.librarything.com/work/16621861/book/141689278).

Il “nuovismo” ci sta portando anche a considerare come superate dai tempi strutture che sono state a lungo parte del tessuto sociale del Paese- ed è utile leggere sul tema, cooperative e consorzi, un ponderoso studio, sospeso tra la carrellata storica, la guida operativa, e l’analisi sociologica (Giuseppe Mainardi / Claudio Ozella “Cooperative e Consorzi” https://www.librarything.com/work/19592957/book/141689311).

Andando avanti ed indietro, un esempio di come l’Italia non sia in grado di funzionare come un “sistema Italia” è la storia dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, come raccontato da centinaia di testimoni contemporanei agli eventi (Alessandro Portelli “L’ordine è già stato eseguito” https://www.librarything.com/work/3636171/book/141689332).

Le mille anime di un singolo evento e della sua percezione sono uno specchio utile per guardare sotto l’illusione dell’esistenza di una monolitica “identità nazionale”.

Ed utile chiusura di questa carrellata è, di nuovo, un libro su come sia in realtà il tessuto economico del paese reale, partendo dalle comunità più piccole e decentrate (Enrico Borghi “Piccole Italie – le aree interne e la questione territoriale” https://www.librarything.com/work/19592968/book/141689358).

Ma se proprio vi interessano soltanto i numeri, tre pubblicazioni della Banca d’Italia che ho raccolto ieri potrebbero interessarvi.

Sulla “distribuzione intellettuale” sul territorio (Questioni di Economia e Finanza 354 del settembre 2016, su “Immatricolazioni, percorsi accademici, e mobilità degli studenti italiani”).

Sulla “stabilità finanziaria” (Financial Stability Report, aprile 2017).

Sull’”economia italiana” (Economic Bulletin, aprile 2017).

Se cercate sul mio profilo su LibraryThing (https://www.librarything.com/catalog/aleph123) e cercate nella categoria “NextPolitics”, troverete anche altri libri direttamente ed indirettamente sull’Italia.

E per ora, questo è tutto.

Stay tuned, stay foolish, keep using your own brain