Art. 5 "La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento."

Come programma non c'è male- anche se ultimamente sembra che l'ultimo elemento ("decentramento") abbia pochi sostenitori.

Personalmente, resto sulla prima parte ("Repubblica, una ed indivisibile").

Cosa c'entra con questo "thread" del blog, dedicato a commenti sulla campagna elettorale?

Le amministrative sono state in effetti una seconda ondata dopo il 2013, complice anche la scelta del Centro-Destra, a fronte della propria incapacità di coesione, di appoggiare chiunque non fosse collegabile al Centro-Sinistra.

E da qui a quando si svolgerà il referendum sulle riforme, ovviamente la campagna elettorale nei fatti continua- suona tanto 1943, come frase, considerando che il libro/proclama di Grillo per le elezioni del 2013 dichiarava "siamo in guerra".

La parte più interessante è strettamente legata all'articolo 5 della Costituzione.

Quantomeno creando la necessità di avere nuovamente una centralizzazione della gestione delle campagne elettorali (inclusa quella referendaria), invece di assumere, come negli ultimi decenni, che sia il livello locale quello che ha il controllo del territorio (il "partito dei sindaci", come si diceva sino a non molto tempo fa).

Ma è una osservazione alla La Palice (https://en.wikipedia.org/wiki/Jacques_de_La_Palice), dato che non è da adesso che proprio chi veniva definito "Sindaco d'Italia" in realtà abbia progressivamente avocato a sé quanto ormai era prassi che fosse sotto il controllo dei vari potentati locali- il controllo della macchina elettorale.

Il costo della manovra? Lasciare che alcuni potentati locali andassero a prendersi sonore lezioni, lezioni in grado di alterare gli equilibri, o quantomeno creare un vuoto temporaneo di idee e direzione che è stato immediatamente riempito dal livello nazionale (vedere la polemica di questi giorni sul "sì" al referendum alle ex-Feste dell'Unità).

Torino in questo caso è un laboratorio: la città ha sempre avuto un peso sproporzionato verso la regione, rispetto ad altri capoluoghi di regione.

La speranza di alcuni era che, facendo convergere i voti del Centro-Destra sui Cinquestelle, si sarebbe generato un conflitto permanente tra regione e comune.

A titolo personale, come ricordavo poco tempo fa ad un mio amico, non ho cambiato idea sui Cinquestelle e sulle ragioni per le quali avevo sostenuto al ballottaggio l'ex-Sindaco Fassino (vedere i post precedenti).

Ma, all'americana, ragiono in termini di continuità: in democrazia, si vince e si perde- ma la guerriglia disfattista dei perdenti ("sore losers") è una mossa alla Tafazzi, dato che non è che migrano su Marte, restano a Torino: passate le elezioni, il Sindaco (come il Primo Ministro) deve esser considerato il sindaco di tutti.

Fortunatamente, per ora ha prevalso il realismo, complice anche la situzione economica ed i lacci a lacciuoli dei vincoli di bilancio: cooperazione in più occasioni (dall'asse Chiamparino-Appendino per la Città della Salute, all'intervento di due Ministri per scongiurare, senza successo, la partenza di un Salone del Libro in concorrenza con quello di Torino).

D'altro canto, a quanto mi è stato ripetuto più volte, causa cambio generazionale, un quarto dei dirigenti deve esser sostituito.

Il nuovo Sindaco di Torino aveva almeno due problemi: se avesse voluto seguire lo "spoils system all'italiana" (chi vince piazza i suoi), dove trovare abbastanza persone qualificate, anche qualora scegliesse di ignorare le appartenenze politiche, non avendo avuto tempo di costruire una struttura quadri sul territorio, evitando i trasformisti dell'ultima ora la cui fedeltà al programma durerebbe poco?

E, soprattutto, come mantenere la cooperazione del 75% restante, e di tutto il resto della struttura? Lo so che molti a Torino ritengono offensivo assimilare il personale degli enti pubblici ai funzionari di partito, o quantomeno agli "intellettuali organici" di una volta, ma siamo realisti: 25 anni, cinque mandati- guardate la porta girevole tra il Comune e le partecipate...

E quindi, cosa meglio di una collaborazione tra Comune e Regione ove necessario? Anche perché non è da escludere che, tra quelli già presenti in struttura, pur se entrati in Comune decenni fa in "quota" della precedente maggioranza, vi siano professionalità che, senza "autodafé" o atto di contrizione, possano esser utili nella nuova amministrazione, anche in ruoli di maggior responsabilità.

Perché uno dei problemi di una lunga permanenza con un sistema di spoils system all'Italiana è che crea "cordate" strutturali, in cui è improbabile saltar di livello- si sale con la cordata, rischiando di andar incontro al Principio di Peter (si sale fino ad arrivare al livello in cui si genera la massima inefficienza https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Peter), non potendo "saltare" livelli nella cordata.

Ma già durante le fasi finali della campagna elettorale (per non dire dei giorni immediatamente successivi all'annuncio dei risultati) siamo passati alla solita migrazione- in parte, forse, tra quelli che comunque vedevan davanti a sé una lunga lista d'attesa.

Non che necessariamente gli opportunisti siano incompetenti- ma bisogna accettarli per quello che sono, anche se asseriscono di esser stati illuminati dalla luce del sol dell'avvenire (lo so, battuta politica di altra stagione), monitorando eventuali segnali di "migrazione".

In molti casi, invece che di "continuità", sembra quasi di assistere alla scena del film di Salce "del 1972 ma rilasciato nel 1979" (in realtà del 1969 http://www.imdb.com/title/tt0166135/), "Colpo di Stato": allorché i risultati elettorali (fittizi) del film davano 7 milioni di voti ai comunisti contro 4 milioni al partito di Governo, ecco che improvvisamente (prima ancora che i risultati siano annunciati) in RAI viene chiamata a cantar dal vivo canzoni stile "roba di sinistra, antiborghese" chi prima cantava canzoni romantiche, continuando una trasmissione che era partita come registrata, e chiedono al Primo Ministro di poter mandare in onda un documentario su "Ucraina paradiso dei lavoratori".

Ovvero, fedeltà di partito va bene, ma fedeltà alla pagnotta va meglio...

Anche se non credo che i Cinquestelle farebbero come i comunisti del film, che rinunciano al potere essendo partito di lotta e non sapendo come cambiare marcia, dietro ordine di Mosca di... non alterare l'equilibrio tra i due blocchi.

Non sono un sostenitore delle riforme istituzionali come sinora strutturate, ma comunque il recupero del ruolo nazionale dei partiti che direttamente intervengono sul territorio durante le campagne elettorali potrebbe permettere una dialettica più costruttiva tra realtà locali e nazionali, e favorire un rilancio del decentramento, liberando le rappresentanze locali dal conflitto di interessi tra ruolo locale e cinghia di trasmissione del potere nazionale.

In fondo, "Cicero pro domo sua" non è che sia poi così negativo- basta saperlo...