Che cos'è l'innovazione, e come si distingue dalle evoluzioni che potremmo definire "organiche", ovvero evoluzioni che sono una naturale espansione di quanto è già parte dell'ordinario?

Ovviamente, potrete trovare interi scaffali di libri sull'argomento.

Ma l'obiettivo di questo post è molto più limitato: condividere ed espandere alcune considerazioni già espresse su Facebook, considerazioni provocate dall'articolo pubblicato qui, sul giudizio relativo alla legittimità o meno delle espulsioni da M5S.

I commenti:

"Ad esser più realisti che cinici: M5S per arrivare dove è arrivato doveva, come altri nel 1993, cavalcare l'onda della pancia dell'elettorato- che era orientata verso una dialettica da "forconi", con associata auto-assoluzione

Orwell in Animal Farm ben rappresentava la tipica evoluzione (non solo del PCUS), come pure il film "la marcia su Roma"

Siamo realisti: come mostrato da Brexit, non sono gli argomenti ma l'argomentare che nelle nostre democrazie (in cui l'ignoranza è quasi un vanto) fornisce accesso alle stanze del potere (altro che Antica Grecia, lì partecipare alle assemblee non era una passeggiata)

Il partito-non-partito gestito secondo i dettami "swarm" ha un suo ristretto Politburo e commissari politici locali.

Si assesterà, per stabilizzare le radici ed integrarsi nel territorio- finita la fase eroica? Quasi.

Inizia quella istituzionale? Dipende..."

la strada per la riconversione da vaffa e forconi a forza con il 25% dei voti espressi è lunga.

primo passo: Neanche accettare il dissenso interno, ma accettare che il restante 75% potrebbe voler qualcosa di diverso da quello che proponi- il dissenso tout court :)



Personalmente, ho visto o partecipato ad attività politiche dagli anni Settanta, incluso dalla parte di quello che si potrebbe definire il "backstage" (a livello operativo ed in supporto al livello decisionale/di indirizzo, seppure in modo limitato).

Francamente, malgrado la retorica quasi da "Zang Tumb Tumb", diversi elementi del M5S non sono per niente innovativi, son solo evoluzioni di quanto messo in pista sia p.es. dal partito radicale e dalle varie iniziative guidate da Di Pietro.

Ma questa non è una critica: è un'osservazione.

Gli unici elementi realmente innovativi sono quelli che son serviti nella fase "eroica", per acquisire massa critica velocemente, e poi accantonati: la gestione dal basso, quasi da "emergence" dall'interno del nuovo assetto futuro di M5S; la democrazia diretta; il concetto di "portavoce"; ecc.

Se M5S fosse partito con un direttorio ed il modello di gestione che poi è emerso, dubito vi siano molti disposti a credere che avrebbe ottenuto il 25% dei consensi.

L'articolo di cui sopra indica che per il tribunale il partito-non-partito è, nei fatti, da considerarsi un partito, non un'impresa, e quindi deve ammettere una dialettica interna.

Viviamo in un sistema complesso in un paese complesso- il paese in cui ogni campanile è un gruppo di potere.

Siamo sinceri: a livello locale o a livello nazionale, i margini di manovra per l'agire politico sono in realtà ridotti- e meglio il dialogo tra istituzioni che assurdi tentativi di far il "partito unico", a meno che non ipotizzi di far in modo che lo stesso partito sia presente a livello locale come nazionale.

Ammettiamo che, grazie al nuovo sistema elettorale, nei fatti rischiamo di avere due partiti che, a turno, conquisteranno la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, relegando la galassia del centro-destra ad un ruolo di opposizione permanente- animazione sospesa.

Ma anche con una maggioranza assoluta a Roma, gli attivisti "di pancia" della prima ora e del successo elettorale di pochi anni fa sono a dir poco imbarazzanti, e certamente di ostacolo ad una espansione dei consensi.

Nella gestione del cambiamento, ormai da un quarto di secolo mi è capitato spesso di dover ricordare come cambiare richieda anche una fase di "triaging".

Si possono definire nuovi "modelli di business", definire nuovi organigrammi, nuovi processi, specifici progetti, ma senza un "heart and minds" sulle persone, difficilmente si possono ottenere risultati.

E va considerato che non tutti si adegueranno al nuovo corso.

Come gestire la transizione è strettamente funzione di ciò che è "sostenibile" nella cultura dell'organizzazione soggetta al cambiamento.

Ma su questo specifico aspetto potete trovare altro materiale nella sezione Books, mentre la gestione della comunicazione è nella sezione Strumenti.

Se non avete pazienza per leggere (principalmente in inglese) alcune centinaia di pagine, quali sono i passi principali?

  • "conosci te stesso": se non conoscete la vostra cultura organizzativa reale (non quella formale), rischiate di generare caos, non cambiamento
  • capire chi sono gli attori che potrebbero influenzare (o generare un feed-back che influenza) le dinamiche di comunicazione interna: qualunque organizzazione non è un'isola, e nulla più dei dubbi dovuti ad un'errata gestione delle dinamiche interne è in grado di generare flussi di ritorno per limitare i benefici delle attività sul cambiamento
  • definire come comunicare, e soprattutto come dosare comunicazione e cambiamento per creare una base di motivazione che diffonda il cambiamento- una mancanza di trasparenza crea un vuoto che di solito viene riempito da dubbi, e questo (nella mia esperienza lavorativa da fine anni Ottanta in giro per l'Europa) non è un mal vezzo solo italiano
  • dire quello che vi accingete a fare, e fare quello che avevate detto che avreste fatto: vi potranno esser variazioni nei vostri piani, ma se sono gestite (anche come comunicazione, per "cerchi di vicinanza"/criticità degli stakeholder), diventerà più semplice

Vi sono altri punti, ma non credo che mancheranno i consulenti per il cambiamento culturale- e vale sia per M5S sia per il nuovo corso del PD (il centro-destra per ora è una causa persa: inutile negoziare con chi cerca sempre di tenere il piede in due scarpe).

La parte interessante è che sia il PD sia M5S devono ricostruire un rapporto con il territorio, vessato da troppe lotte intestine e da eccessivi "centralismo democratico", come si diceva una volta.

Di conseguenza, è ancora da vedere se partirà un cambiamento basato su linee di indirizzo e mille focolai di cambiamento di cui gestire l'orchestrazione e la convergenza (consigliabile), ciascuno integrato sul territorio, oppure (sconsigliabile) si cercherà di replicare un modello da anni Settanta.

Il punto critico è quello sopra indicato: nei fatti, gli elettori stessi oggi hanno accesso a punti di aggregazione e comunicazione (i social media) che non consentono le stesse dinamiche ambigue tra media e politici del passato.

Ricordo ancora come, tornando a Torino nel 1972, dopo un paio d'anni in Calabria, trovavo frustrante che mi prendessero per matto per i racconti che facevo sugli scontri di piazza che avevo visto (il periodo dei "boia chi molla")- dato che i media nazionali avevano "sorvolato" sul tema.

Oggi non sarebbe più possibile, ma, purtroppo, ho visto e sentito troppi politici, seppur giovani, formati alla "vecchia scuola" catto-comunista, "le due chiese", come (e non ero il solo) chiamavo io il dualismo DC-PCI.

Tra riforme istituzionali, riforma dei due partiti principali, e frammentazione del centro-destra, nonché ripensamento del futuro post-Brexit, si apre una stagione di rinnovamento che potrebbe forse portare anche alcune innovazioni (p.es. revisione ulteriore del Titolo V nel quadro di una maggiore integrazione del perimetro Schengen, come la nuova Frontex).

Un solo punto di attenzione: l'innovazione di solito richiede un salto nel vuoto, l'assunzione di rischi, e... un vuoto da riempire- una discontinuità.

Cercare la discontinuità per introdurre l'innovazione è un rischio, e, dato che in questo momento non è che la situazione in Europa e nei paesi limitrofi sia rose e fiori, governare i rischi è più importante che generarne di nuovi come "motore per il cambiamento stile Sturm und Drang".

Come mostrato da Brexit, il cambiamento istituzionale costa.

PS A che titolo ne scrivo? Come accennato sopra, alcuni decenni di esperienza nella gestione del cambiamento, preceduta da esperienze politiche e "sperimentazioni sul cambiamento culturale ed organizzativo" in altri ambiti (cfr http://www.robertolofaro.com/cv).

Dato che dal 2008 dopo un passaggio a Roma ho passato più tempo a far colloqui formali ed informali per validare il mio CV che a lavorare sulle attività, in attesa di aver nuovamente titolarità visibile su attività simili preferisco condividere online, piuttosto che (come mi è stato richiesto più volte) farlo senza alcuna visibilità (o remunerazione) per altri... se è gratis, che sia condiviso con chiunque possa trarne beneficio, non con/per un solo campanile :)